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Pare ormai definitivamente assodato che i guai principali della Cina nella sua crescita vertiginosa degli ultimi anni siano in gran parte dipendenti dal degrado morale serpeggiante nello stato. Qualcuno potrebbe obiettare che non si tratta certo di un’esclusiva nazionale del Paese di Mezzo, come viene tradizionalmente chiamato. Ma esso è in particolare significativo ed è probabile faccia venire, più che altrove, i brividi ai politici che la guidano.
Il fatto è che da sempre la Cina è stata retta da governanti la cui caratteristica fondamentale è l’essere interpreti della volontà del Cielo ed esprimere la virtù che, dall’imperatore in giù, li rendeva degni di reggere la cosa pubblica. In Cina il compito di regnare e di amministrare lo Stato non discende, come da noi, da un diritto divino o dalla volontà di un popolo. È piuttosto la virtù umana posseduta dal sovrano a rendere lui e i suoi collaboratori degni della considerazione del Cielo che conferisce il proprio mandato al fondatore di una dinastia e ai successori.
La conservazione di tale virtù e del buon governo che ne discende è la sola garanzia di quel diritto al mandato che cessa di esistere al momento stesso della scomparsa della virtù nel governante più alto.