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Fu Mosè, che, padrone dei misteri sacerdotali, divenne, per volontà dell'Onnipotente, intermediario fra Dio e popolo, del quale preparò ed effettuò la liberazione. Fu Mosè, che per ben quarant'anni, educando questo popolo alle più sane dottrine, lo portò alla conoscenza dell'unità di Dio, cioè al Monoteismo, dotandolo di un codice che civilmente, militarmente, politicamente, empie tuttora di stupore il mondo, perchè appoggiato sulla giustizia, sull'amore del prossimo senza distinzione di culto, né di casta, ne di nazionalità. “Amerai il tuo simile come te stesso” (Levit. Cap 19-18).
Fu Mosè, infine, che percorrendo i tempi in modo veramente meraviglioso, potè essere il primo a proclamare quegli stessi principii di uguaglianza che, molti e molti secoli dopo, dovevano essere riconosciuti come principali cardini della civiltà moderna. “Nessuna differenza deve passare fra te e lo straniero che devi amare come te stesso” ( Levit. Cap. 19-34).
Questo codice che anch'oggi primeggia fra tutti, questo codice da cui eminentemente traspirano i sentimenti di carità, di pace, di pietà e perfino di bene inteso socialismo, questo codice dico: è apprezato da noi, quanti lo fu sempre dai più grandi filosofi?…
Purtroppo no! Né lo può essere, perchè non si studia, perchè la nostra gioventù, per erronea interpretazione di ciò che significa progresso, sembra si vergogni di confessare la propria condizione religiosa, dando così buon punto a coloro che mirando a sinistri scopi si affannano per far rivivere passioni degne dei tempi medioevali, ma non ammissibili nella civiltà moderna.
Non dissimuliamolo, a chi da qualche tempo abbia considerato e seguiti i fenomeni sociali, non possono essere sfuggiti certi sintomi, che non nell'Italia nostra, ma in altre parti,accennano al risveglio di un'agitazione, non promossa come in tempi andati da fanatismo religioso, ma da interesse; non da convinzione, ma da convenienza; non da fede, ma da sete di perturbamenti sociali.
3. Intensificare la cultura
A cotale agitazione non può farsi argine, né con la viltà di chi si trae indietro, né con l'ignoranza dei nostri principii religiosi, né con la malintesa riluttanza a proclamarsi Ebreo, ma con la sicurtà, di forte coscienza, col conoscimento esatto della propria condizione, del proprio essere, del proprio dovere, del proprio diritto, col porsi insomma in grado di fare emergere il vero, a confutazione di maligne insinuazioni.
Da ciò adunque la necessità urgente d'illuminare il più possibile la nascente generazione, su quanto di splendido, di sublime, di divino, racchiude la legge Mosaica, perchè ognuno si convinca, che chi osserva i cardini principli di tal legge e seguen le massime salutari tramandateci dai nostri grandi dottori, può a testa alta sentirsi e nella famiglia, enella società, e verso la patria, pari ad ogni altro buon cittadino.
L'obbligo nell'ebreo anche per religione di riguardare il paese dove è nato come sua patria e di adempiere ad ogni dovere di buon cittadino, fu pure riconosciuto e proclamato solennemente dal grande Sinedrio composto di circa centocinquanta fra eminenti Rabbini, e notabili israeliti, convocato a Parigi per ordine del primo Napoleone, nel febbraio 1807.
La grande rivoluzione sullo scorcio dello scorso secolo precorrendo i tempi aveva proclamato il sacrosanto principio di eguaglianza, ma i pregiudizi da un lato, l'ignoranza dall'altro avevano creato una corrente ostile a che si conferissero prima, e poi si mantenessero agli Ebrei, tutti i diritti politici e civili. Dai fanatici contrari si gridava che la Francia non avrebbe dovuto annoverare gli Ebrei tra i suoi figli, perchè, secondo loro, per religione non potevano riconoscere altra patria all'infuori di quella vagheggiata dai propri antenati e quindi non sarebbero stati mai buoni cittadini.