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/italia/ - Santi poeti pizzaioli

Almeno non è la Svezia

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 No.675

dal momento che questo libro è entrato nel pubblico dominio, e credo che sia molto interessante, ho pensato di copiarlo e di postarlo qui, un pezzo per volta e poi di unire tutto in un pdf.

non mi sono reso conto quanto attuale questo libro fosse fino a quando non l'ho riaperto.

questo libro è una risposta degli ebrei italiani alle accuse di essere cittadini meno leali alla patria.

altro che manifestazioncine di qualche centinaio di persone…

 No.676

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Introduzione

Inserire l'ebraismo italiano nel quadro del Regime – e nella cornice della più cristalliana italianità, smantellare il fortilizio sionistico che sta a guardia di sentimenti e di interessi estranei del tutto a quelli nazionali italiani, per la formazione di una coscienza totalitaria, aderente alle idealità e alle necessità di espansione dell' Italia fascista, ecco lo scopo di questo libro – e della campagna politica ad esso legato. - Si può aggiungere a questi obiettivi quello della assoluta riaffermazione, non platonica, del profondo amore patrio che lega gli italiani di religione ebraica alla grande Madre – amore che si è sempre manifestato in mille forme, fin da quando nell'evo romano i pellegrini e i profughi dell'Oriente accorrevano al mare di Roma, per giungere all'evo medio, così interessante per il contributo portato dalle genti ebraiche alle grandi repubbliche marinare, e all'evo moderno quando gli ebrei italiani partecipano all'epopea del Risorgimento con lo slancio appassionato dei figli migliori.

Questo amore, riconsacrato nella grande guerra – deve essere ancora riconsacrato nella Rivoluzione Fascista. Tutto il nostro ardore deve essere dedicato a collaborare, a lavorare uniti sotto le insegne del Littorio, nell' immenso e sonante cantiere del Fascismo.

Chi diserta dalla fatica, chi si trincera dietro ideologie fumose e vaniloquenti, chi non comprende – al di sopra di tutte le meschine e sterili critiche – il meravigliooso rinascimento di un popolo, che ha saputo in poco più di due lustri, guidato da un grande Capo, sollevare la Nazione e condurla a rivendicare la vittoria mutilata, a conquistare nel mondo il posto che, noi combattenti, avevamo sognato, e che l'incapacità dei capi e l'ingratitudine degli altri ci avevano negato, chi cerca di straniarsi da questo splendente e tormentato periodo della nostra storia, deve confessarsi straniero al proprio paese. È destino dei fedeli dell'antica religione mosaica, di essere quasi sempre degli incompresi e talvolta purtroppo dei perseguitati. Le minoranze – specialmente nel campo spirituale, e più ancora in quello delicatissimo dello spirito religioso – sono destinate ad un arduo e duro cammino. Ma questo è il privilegio dei forti, e anche il Fascismo è una dottrina politica sorta dalla mente di un Uomo e condotta da una piccola minoranza che è divenuta da sorgente rigagnolo, per formarsi ruscello, e poi torrente, e infine fiume impetuoso.

Nulla di più bello di questa consegna di disciplina e di lavoro, dettata a un popolo, in un periodo di estreme difficoltà economiche, sociali e politiche, che se ne forma norma di vita e marcia a passo militare sotto le nere insegne delle squadre d'assalto. I transfughi delle nostre file possiamo lasciarli ai margini delle strade, ma quelli che non tolleriamo sono gli uomini in malafede, gli uomini bifronti, che si battono il petto e affermano a voce sonante i loro principi, mentre tutta la loro azione è inquinata di equivoco e di spirito torbido e nebuloso. Nessuno più di noi ha sostenuto il diritto dei cittadini di religione ebraica alla perfetta equiparazione con gli altri cittadini di diversa fede, ma nessuno più di noi ha anche affermato che per esigere dei diritti, occorre anche conoscere e osservare i propri doveri verso la Patria.

Mentre in una grande nazione d'Europa, già segnacolo della più progredita civiltà, la reazione razzista pone gli ebrei nella posizione di Davide di fronte a Golia – mentre una parte di un popolo è posta al bando della vita comune, per la sua origine e per la sua fede religiosa, s'impone più che mai di fronte alla coscienza di tutto il mondo, di fronte alla coscienza degli ebrei stessi, l'angosciante ed eterno problema ebraico. Ma appuntoin Italia, dove secoli di storia ci hanno creato particelle viventi di questa mirabile terra, appunto in Italia che non ha mai conosciuto l'antisemitismo barbaro e volgare che infierì in quasi tutte le Nazioni, s'impone alla coscienza di noi ebrei italiani, il dovere di aderire strettamente all'anima, e alla vita della Nazione e dello Stato. Nazione Fascista. Stato Fascista. O essere interamente italiani o gettere la maschera per comparire nella realtà di falsi profeti,


 No.677

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>>676

Ogni ideologia che in momenti così drammatici e difficili della storia, allontani dal sentimento nazionale, e diminuisca l'adesione spirituale della gioventù all'anima della Nazione, additatandole diverese mète e diversi obiettivi è deplorevole, ogni azione atta a far penetrare o diffonder, ideologie è un delitto contro la Patria.

Il Fascismo - dice Mussolini – ha ripreso in pugno e agita la fiaccola della Romanità.

La romanità è una civiltà mediterranea, e noi che fra i primissimi abbiamo esaltato di fronte all'ottusa barbarie teutonica e la sua distinzione fra ariani e non ariani, lo splendore della razza mediterranea nata e cresciuta in quel vasto bacino che ha formato e dominato la civiltà del mondo. Ora gli ebrei dovrebbero essere i primi assertori e vessilliferi di questa risorgente romanità mediterranea – ricordando che la storia d'israele è strettamente legata alla storia di Roma – che la religione ebraica è divenuta a traverso Roma religione universale, e che se dobbiamo trovare il filo conduttore della nostra storia non dobbiamo cercarlo in Palestina – terra di conquiste per le tribù ebraiche e teatro di continue guerre e lotte fratricide – ma bensì in Roma – caput mundi. Cesare predilesse gli ebrei e quando emanò editti restrittivi, escluse sempre gli ebrei. Quando venne ucciso, immenso fu il loro dolore. Narra Svetonio che sfilarono soprattuto i Giudei dinanzi all'ara di Cesare - ed essi chiesero il privilegio di vegliarne le ceneri per lunghe notti, nella storia romana - da Pompeo a a Cesare, da Augusto a Tiberio, da Nerone a Gajo, troviamo strettamente congiunti i destini di Roma con quelli della Giudea – e due figure di Principi ebrei dominano qualche volta la storia dell'impero - Erode e Agrippa.

In quei tempi Roma esige come sostaggi i Principi reali di Gerusalemme che vengono educati come cittadini romani alla corte della casa Giulia.

Oggi dopo venti secoli di storia comune, ebrei italiani, parte viva del popolo unito, strettamente congiunta alle origini e allo sviluppo dell'Italia moderna, monarchica, sabauda e fascista, saranno sempre ansiosi e fieri di rimanere nelle avanguardie del grande esercito d camicie nere che marcia verso le mète segnate dal Duce.

E.O.

Settembre 1935-XIII


 No.678

Grazie per lo sforzo, già dall'introduzione pare interessante. Ma a fare il copia-incolla di tutto il libro non ti ci vorrà una settimana?


 No.679

>>678

copia incolla?

se esistesse o avessi trovato un pdf lo avrei postato.

il fatto è che nonostante sono abbastanza sicuro sia un opera di pubblico dominio, non si trova.

potrei fare delle scans del libro (l'edizione della foto nell'OP) ma credo che in quel caso non sarebbe legale e questa è una cosa che mi piacerebbe vedere condivisa.

così lo sto copiando tralasciando la nuova prefazione, anche quella abbastanza interessante e anche quella vecchia.

se ti viene in mente un modo migliore, fammelo sapere…


 No.681

>>677

Capitolo I

Fuori dall equivoco

Questo foglio che oggi esce per la prima volta, espressione del pensiero degli Italiani combattenti e fascisti di religione ebraica e di tutti quelli che sentono italianamente, vuol portare nella stampa nazionale una parola nuova.

In linea generale una stampa ebraica in italia non avrebbe motivo di sorgere. Si potrebbe ammettere tutt'al più una stampa di cultura. Invece nell'anno XII dell'Era Fascista, noi abbiamo sentito l'imperioso dovere di fare un giornale politico. E questo perchè noi sappiamo che a nostra parola è desiderata con viva ansietà dall'enorme maggioranza dei nostri correligionari che di fronte a un fatto assai doloroso si sono sentiti colpiti nei loro sentimenti di schietta Italianità e nello stesso tempo nella loro religiosità ebraica.

D'altra parte, di fronte all'atteggiamento di un gruppo di intellettuali sionisti nazionalisti che, stranieri in Italia, fanno molto rumore perchè possiedono un giornale, abbiamo pensato che fosse necessario averne uno anche noi.

Altrimenti il nostro già troppo prolungato assenteismo pubblico in materia, potrebbe essere interpretato come un senso d'indifferenza o peggio, di tacito consenso.

Gli italiani di religione ebraica sono fieri di essersi mantenuti fedeli alla legge mosaica, e insieme di avere con tutto il cuore amato e servito la grande Patria comune: l'Italia. L'unità spirituale perfetta fra amore della religione e amore della Patria, costituisce un sentimento che fu sempre gelosamente custodito dagli israeliti italiani, partecipi e insieme con tutto il popolo protagonisti dell'epopea del Risorgimento Nazionale, fin da quando Carlo Alberto, raccogliendo le esortazioni dei più nobili spiriti del suo tempo, da Carlo Cattaneo a Massimo d'Azeglio, consacrava con lo Statuto la libertà religiosa e i blocco degli spiriti e delle volontà di tutti i cittadini, senza distinzione di fede.

Questo magnifico retaggio spirituale provato di nuovo al crogiuolo infuocato della guerra mondiale, ha legato per sempre in modo indissolubile il nostro animo alla vita, alle sorti e alle fortune d'Italia. Fiducia della Nazione in noi, fiducia nostra nella Nazione, questa è la base sulla quale si è costruito un edificio granitico che nessun intervento né esterno né interno può comunque scuotere.

Benito Mussolini, nella sua multiforme poderosa opera di Statista ha dato agli Italiani di religione ebraica una legge che è oggi la più equa fra tutte quante regolano la vita delle nostre comunità in tutti i paesi d'Europa. Sarà nostra cura di rendere agevole a tutti i correligionari la conoscenza dell'attuale legislazione fascista in materia. Abbiamo oggi una situazione giuridica chiara e definita: abusarne o rendersene indegni, costituisce una colpa meritevole della severa giustizia del Regime.


 No.682

>>681

>>681

L'ebraismo attraversa una grave crisi in vari Paesi d'Europa. Ci siamo trovati di fronte ad avvenimenti dolorosi che hanno profondamente scosso l'anima degli ebrei di tutto il mondo. Ora è nostro intendimento di aprire le pagine di questo foglio a tutti quanti intendano portare un contributo leale e ponderato di pensiero sul problema degli ebrei perseguitati nel loro paese, e su quanti possano portare un serio elemento di studio su tutto quanto si riferisce alla conoscenza della nostra religione.

Ed ora dobbiamo esprimere chiaramente il nostro pensiero sulla più importante e dibattuta questione: quella del sionismo.

Esiste un impegno internazionale al quale ha aderito anche il nostro Paese, per dare un “focolare nazionale” ai nostri correligionari che sono costretti per iniquità delle nazioni di cui sono cittadini a cercare un asilo. A quest' opera di assistenza e solidarietà, tutta l'Italia si è associata e in particolar modo gli ebrei italiani.

Ma questo sionismo originario si è man mano snaturato per via fino a dar vita ad un progetto di nazione ebraica che dovrebbe costituirsi in Palestina acquistando terreni e fondando villaggi e città. Il fatto che coi denari di tutto il mondo e in gran parte con il denaro inglese e americano si sia riusciti a creare qualche importante centro abitato da rifugiati, mentre costituisce una magnifica prova di solidarietà, agli effetti politici in quanto al concetto di nazionalità, non significa assolutamente nulla. La ricostituzione di una Nazione ebraica in Palestina è un anacronismo storico e un artificio che deve essere combattuto. Nel 1492 gli ebrei espulsi in massa dalla Spagna so sparsero in tutte le regioni d'Europa e nell'Africa del Nord. Le navi di Genova e Venezia affluirono allora dai porti spagnuoli per condurre gli esiliati in Italia. Da allora essi sono cittadini fedeli dei paesi dove hanno trovato rifugio e Patria. Per noi italiani il problema riveste poi uno speciale carattere in quanto che in nessuna nazione d'Europa gli israeliti hanno una patria eguale per tutti i suoi figli come in Italia. Non è ammissibile che nel nostro paese vi siano dei cittadini che possano pensare con nostalgia ad una terra che non sia suolo italiano.

Il sionismo è stato un magnifico mezzo per valorizzare un territorio coloniale coi denari degli ebrei del mondo intero. Noi aiutiamo e aiuteremo queste popolazioni che sorgono a nuova vita, ma mentre affermiamo l'impossibilità assoluta della creazione e della vitalità di una Nazione ebraica come stato indipendente, riconosciamo l'urgenza e lanecessità di riesaminare in sede internazionale tutto il problema, per una soluzione che risponda ai principi di giustizia e di umanità della civiltà moderna.

Il miglior alleato della politica razzista è oggi, suo malgrado, il sionismo nazionalista. È nostra ferma convinzione che mai la politica antisemita sarebbe giunta agli estremi che ha toccato, se non avesse avuto trai i suoi principali argomenti probatori, il così detto focolare nazionale ebraico. Lo stesso ideale ebraico, dal punto di vista puramente religioso, predica il ritorno a Sion come un ritorno spirituale; ma poiché la nostra dottrina nega il proselitismo, le minoranze ebraiche nel mondo rimangono le legittime depositarie dell'idea monoteistica della legge mosaica che sta alla base della Bibbia e della moderna civiltà.


 No.683

>>682 >>682

Nel 1934, voler interpretare il ritorno a Sion in senso strettamente territoriale è segno di incomprensione storica e religiosa.

Noi, per funzione religiosa storica e civile siamo e dobbiamo essere interamente cittadini delle nazioni dove viviamo da secoli e di cui formiamo parte indissolubile e integrante. Nulla la religione ha da soffrire per questa assoluta e piena adesione alla Patria. Chi sente la nostalgia di separazioni medioevali, chi vuole differenziarsi, o vuol far dei seguaci di una religione, una razza eletta o consacrata, ma destinata sempre a vivere rinchiusa nel suo miraggio o nel suo orgoglio messianico, chi non comprende che il genio di Israele è fraternità fra tutte le genti in regime di giustizia per tutte le genti, chi non sente l'amore sacro e doveroso per la Patria dove è nato e cresciuto, ebbene chi non sente tutti questi sentimenti deve straniarsi dal proprio Paese.

Noi respingiamo nettamente i sionisti nazionalisti che vivono rispettati in parità di diritti civili e politici con tutti gli altri cittadini nelle nazioni d'Europa, e che sospirano invece verso la Palestina; che con un occhio guardano a Roma e con l'altro a Gerusalemme.

L'antisemitismo, ove esista non è un argomento sufficiente a convalidare la necessità di una nazione ebraica. La storia d'Israele non si è svolta soltanto nella Palestina. Prima dell'ultima distruzione del Tempio, profonde scissioni esistevano in seno all'ebraismo e nuclei ebraici si erano sparsi nei territori dell'Oriente e su tutte le rive del Mediterraneo. Fin dall'epoca della repubblica migliaia di ebrei vivevano rispettati in Roma. La colonia palestinese, progetto che balenò nella mente di uomini del nostro tempo e che trovò parziale realizzazione nell'opera del dott. Weizmann e nel patrocinio di Lord Balfour, costituisce oggi una realtà che deve essere rigorosamente contenuta nelle sue possibilità immediate e future e nel suo vero significato morale. Una parte della Palestina è oggi abitata, e valorizzata da profughi che hanno trovato colà un asilo. Di fronte a questa realtà che ha lenito tante miserie e tanti dolori noi ci inchiniamo. Il Governo Fascista ha sempre partecipato ad ogni azione internazionale atta a consolidare questa colonia ebraica palestinese. L'Italia contribuisce con la sua attività economica e culturale agli scambi con l'Oriente ed a quelli con la Palestina. Ma non possiamo né come Italiani e neppure come ebrei andare più in là. Ripetiamo ancora una volta: per noi la Palestina è una terra sotto mandato inglese dove è riuscito egregiamente un programma di colonizzazione ebraica: sull'avvenire di tale colonizzazione, sugli antagonismi profondi che dividono le popolazioni arabe ed ebraiche, sui gravi problemi territoriali e politici di quella terra, soltanto la storia potrà dire l'ultima parola. Noi ci proponiamo di seguire con attenzione gli avvenimenti.


 No.684

>>683

Affermata la nostra salda fede religiosa, l'assoluta fedeltà alla Patria e al Regime, chiarito il nostro pensiero sulla questione sionista, noi svolgeremo il nostro lavoro in piena serenità di spirito e di intenti.

Noi intendiamo vivere nell'armoniosa unione di tutto il popolo italiano sotto le insegne del Littorio. Siamo dei soldati, siamo dei fascisti: ci sentiamo eguali a tutti gli altri cittadini, specialmente nei doveri verso la Patria comune.

Membri di una stessa famiglia, vogliamo in pace ed in guerra baciare il tricolore, per cui siamo disposti ora e sempre a combattere e a morire; vogliamo pregare con tranquilla coscienza il Dio dei nostri Padri.

Chiunque porterà la sua mano sacrilega contro il nostro Paese o turberà la nostra pace religiosa, ci troverà pronti alla difesa e all'offesa.

Nell'anno XII cominciamo il nostro lavoro con l'animo della vigilia, rivolgendo il nostro deferente saluto alla Maestà del Re ed al Capo del Governo.

(da “La nostra Bandiera”, 1 maggio 1934-XII, E.F.)


 No.685

>>684

Capitolo II

Documenti del 1922

Siamo in grado di pubblicare due importanti documenti sulla questione sionista:

una lettera che costituisce un significativo precedente e un “ordine del giorno” votato dal consiglio d'Amm. Della Com. Israel. di Torino nella seduta del 18 marzo 1923.

La lettera fu redatta dal Presidente della Comunità israelitica d'allora Comm. Ernesto Ovazza – immaturamente deceduto nel 1926 – in risposta ad un'inchiesta dell'Ufficio Centrale sionistico.

Non accettata dal Consiglio perchè “l'argomento esorbitava dai compiti della Legge Rattazzi” essa trovasi tuttora a verbale della seduta del Cons. d'Amm. Del 25 dicembre 1922.

Ed ecco la lettera:


 No.686

>>685

“Quale presidente di questa Comunità ricevo la preg. sua del 17 c. m. dove mi si invita a partecipare nelle forme indicate ala sottoscrizione in favore della ricostruzione della sede nazionale ebraica in Palestina. Ora mentre considero con fede e con sincero compiacimento ogni sforzo ed ogni generoso concorso che tenda ad accogliere in una terra ospitale le masse ebraiche sofferenti e perseguitate, devo con uguale sincerità affermare che non potrei come Italiano partecipare al programma vostro fino alle estreme conseguenze, tanto più in questo momento, quando è più imperioso il nostro dovere di partecipare in prima linea alla ricostruzione del nostro paese. In pochi paesi del mondo l'ebreo gode di maggiore considerazione, di maggiore libertà che in Italia. Le istituzioni liberali della Monarchia Italiana raccogliendo il pensiero Napoleonico di libertà per tutte le coscienze e per tutte le fedi, hanno dato agli Ebrei Italiani il posto che loro spetta per la genialità della razza onde traggono origine. Perciò a nostro giudizio il problema ebraico di fronte alla coscienza italiana si presenta in questo modo: - facorire l'emigrazione e la sistemazione degli ebrei oppressi nelle terre ospitali. Questo principio va applicato con criteri speciali per ogni nazione, avuto riguardo alle loro particolari condizioni nei rapporti dell'Ebraismo. Noi pensiamo che per sentirsi intimamente collegati ai nostri correligionari ingiustamente perseguitati, non occorre creare una seconda patria. Non è egoismo che muove l'espressione del mio schietto pensiero, ma è il superiore sentimento di patria per cui dalla schiera dei Mille ai combattenti di Vittorio Veneto si immolarono tanti purissimi eroi di sangue ebraico. Non è al nostro paese che vide insigni ebrei ai posti di comando di tutta la Nazione e di maggiore responsabilità, che si può muovere l'accusa di considerare negli ebrei soltanto un fenomeno di inetto mercantilismo. Per conseguenza, mentre quale Presidente della Comunità di Torino e quale privato cittadino sono e sarò sempre pronto ad alleviare nella mia modesta sfera d'azione le sventure dei nostri correligionari, sono spiacente di non poter aderire ad una manifestazione non consona al mio sentimento di itliano e di ebreo.

Tali miei sentimenti sono condivisi dalla maggioranza dei contribuenti della nostra Comunità che hanno sempre prontamente risposto in questa opera umanitaria.”


 No.687

>>686

Ed ecco l'importantissimo ordine del giorno del 25 marzo 1923 approvato dal Consiglio con cinque voti favorevoli su sei votanti:

Il Presidente, chiudendo la discussione, presenta un ordine del giorno, così concepito:

“Il Consiglio d'Amministrazione dell'Università Israelitica di Torino presa visione della lettera in data 8 marzo, ad esso inviata dall'Ufficio Centrale per l'Italia del Keren Hajesod Ltd. a

firma dell'Avv. Pacifici, riferentesi alla lettera approvata all'unanimità dai presenti nella sedura del 25 dicembre n.s. considerato che l'Avv. Pacifici, quale esponente dei sentimenti del Comitato, testimonia in detta sua in modo inconfutabile di volere svolgere opera squisitamente politica e che, a modo di vedere del Consiglio stesso, può interpretarsi in contrasto cogli specchiati sentimenti di italianità di tutto il consiglio di Amministrazione eletto dagli Israeliti Torinesi.

Considerato che il Consiglio non può continuare a discutere e trattare coi rappresentanti di detto Comitato di carattere internazionale se non sul terreno umanitario di concorso benefico e di sollievo per i correligionari oppressi, come fu fatto per il passato in ripetute manifestazioni, discussioni che possono avere luogo individualmente e privatamentecoi singoli membri del Consiglio stesso, considerato che non è in facoltà del Consiglio, per i poteri ad esso demandati, di entrare nei rapporti che potrebbero essere svolti direttamente tra i rappresentati del detto Comitato e i singoli contribuenti, i cui personali sentimenti e la fede politica furono sempre rigidamente rispettate lasciando in questo campo ad ognuno la più perfetta libertà;

riconferma la precedente sua deliberazione, nulla avendo da modificare;

fa voti, che ben presto in tutti i paesi gli Israeliti siano equiparati agli altri cittadini di diversa fede e siano finalmente riconosciuti ovunque, come nella nostra diletta Italia, gli imprescrittibili loro diritti”.

Questi documenti non hanno bisogno di commento. Dopo dodici anni abbiamo oggi ancora di fronte gli stessi uomini, gli stessi sistemi. Occorre mettere un punto fermo a tale inammissibile azione; quanto ci ripromettiamo di fare per quanto ci riguarda.

(da “La nostra Bandiera”, 1 maggio 1934-XII. E. F.)


 No.688

>>687

Capitolo III

La luce di Roma

I consensi che ci sono d'ogni parte pervenuti ci dimostrano che eravamo nel vero affermando d'interpretare i sentimenti della grande maggioranza dei nostri correligionari. Una chiarificazione si era resa necessaria: il promuoverla era semplicemente il nostro dovere di italiani e di fascisti. Questo giornale che risponde ad una necessità d'ordine politico e che deve essere come un bollettino militare della nostra azione durerà come giornale politico fino a che la nostra battaglia non sarà stata vinta su tutto il fronte. Non solo nella città ove il giornale si stampa, ma in tutto il nostro Paese dove sorgono centri di vita ebraica era sentita questa ansia di un'esplicita manifestazione che fugasse le nubi dal nostro orizzonte. Ed ora che la nostra posizione è stata chiaramente delineata, passeremo all'azione politica per attuare le idealità che ci animano. Il nostro giornale, comparendo sulla scena del pensiero italiano, ha avuto il magico risultato di risvegliare i dormienti, di scuotere gli apatici, di persuadere i dubbiosi. È bastato il suono dell'adunata perchè noi ci trovassimo intorno molti volti che ci erano sempre stati lontani e che oggi sono venuti a noi dicendoci: “ Siamo dei vostri”. Ed ecco che fra poco, dopo il risveglio delle comunità di Roma e di Torino, avremo Milano, Firenze, Trieste e tutti i centri di vita ebraica che ci seguiranno, ed i 50000 italiani di religione ebraica formeranno un solo blocco, animato da una sola luce: la luce della Patria italiana. Ci sono dei disertori, ci sono dei ritardatari, dei sorpassati che lasciamo volentieri ai bordi della strada. La nostra vita guerra ci insegna che ci sono dei poltroni in tutti i battaglioni che marciano. L'antica dottrina ebraica ci dà a questo proposito preziosi consigli. Nessun popolo fu più guerriero, più militarista, più spietato in guerra del popolo ebraico. Quando l'esercito d'Israele doveva muovere a battaglia, gli uomini appena sposati, che avevano l'innamorata in cuore, i pavidi, gli inetti, quanti potevano diminuire l'efficienza dell'azione bellica, erano invitati a uscire dalle file dei combattenti. Noi oggi suoniamo l'adunata per una bella battaglia fascista per mostrare come l'anima degli israeliti italiani sia del tutto aderente all'anima della Nazione. E per questo diciamo a quanti non ci volessero seguire: rimanete ai margini della strada; ma prima interrogate il vostro cuore e ascoltate il grido della vostra coscienza.


 No.689

>>688

E questa più tornerà indietro nei secoli e più sentirà echeggiare una grande parola:”Roma”. Roma, a traverso a cui è passato l'Ebraismo per divenire religione mondiale, come vi è passato il Cristianesimo, Roma, che, conquistando con le sue legioni l'Oriente e l'Occidente, dall'Egitto alla Britannia è stata mediatrice di civiltà e di progresso a tutti i popoli del mondo. Oggi gli italiani di religione ebraica, sono cittadini di Roma e hanno l'orgoglio di sentire ancora una volta nella storia che essi devono rispondere alla grande Madre in questa sua ora piena di sacrificio e di fati:

“Presente!”.

E questa è la luce di Roma, l'unica luce che dece illuminare e riscaldare il nostro cuore di cittadini italiani.

(da “La nostra Bandiera”, 10 maggio 1934-XII, E.F.)


 No.690

>>689

Capitolo IV

Risposta a “Vita Italiana”

Giovanni Preziosi pubblica sulla “Vita Italiana” dell'aprile scorso, l'articolo La risposta tocca agli ebrei. In esso, dopo itradizionali luoghi comuni che costituiscono gli ultimi residui dei ferravecchi del vecchio antisemitismo calunniatore (il fascismo ha fatto anche giustizia di questa mentalità medioevale) il Preziosi affronta la questione del sionismo in Italia. Secondo lo scrittore gli ebrei italiani si dividono in:

1- Ebrei che ritengono essere incompatibile la qualità di sionisti con quella di puri e fecondi italiani;

2-Ebrei che credono compatibile essere buon italiano e sionista.

In questo argomento di grande importanza e che va seriamente meditato il Preziosi denuncia giustamente il pericolo sionista in quanto è movimento intorno al quale sono fortemente organizzati internazionalmente e nazionalmente ebrei italiani di Nazione i quali assieme a milioni(?) di altri ebrei di tutti i paesi del mondo, pagano un contributo sociale internazionale (scekel) aspirando ad un'altra e più vera Patria.

Allo scrittore che in base agli elementi a sua conoscenza si dimostra allarmato per il presunto movimento sionista in Italia dobbiamo una precisa ed esauriente risposta. In linea morale e politica la nostra risposta è stata data fin dal primo numero del nostro giornale.

In linea di fatto:

1- Dei cinquantaseimila italiani di religione ebraica i sionisti nazionalisti sono un'infima minoranza;

2-Non bisogna confondere quante famiglie ebraiche hanno dato somme in beneficenza per aiutare i correligionari rifugiati in Palestina, con quelle che pagano lo scekel (decima) e che oggi sono ridotte a pochissime.


 No.691

>>690

>>690

Il Fondo Nazionale ebraico ha sparso da per tutto e anche in Italia dei bossoli da distribuire nelle famiglie per raccogliere denaro, specialmente ad opera dei bambini.

Ora questa raccolta di fondi che ha uno scopo benefico, contiene anche in sé un'ideale politico che come italiani dobbiamo respingere.

Ed ecco per noi italiani di religione ebraica come si presenta il problema: “ Continuare per chi lo voglia, la beneficenza per i perseguitati, puramente dal punto di vista umanitario e religioso, senza dare a quest'atto alcun significato politico che possa comunque recare offesa alla nostra integra italianità”. Bisogna dunque provvedere perchè questi fondi vadano unicamente a beneficio degli oppressi, senza che questa forma di solidarietà possa comunque rivestire un significato politico estraneo all'anima italiana.

Ecco l'unico specifico problema per noi, delicato in quanto che il Fondo Nazionale ebraico è un istituzione di carattere internazionale, ma che va affrontato con serenità e con lealtà italiana e fascista. Altri “problemi specifici” per noi non esistono.

Il Preziosi chiude riportando alcune parole del Duce: “Ora si desidererebbe sapere quali sono gli “specifici problemi” che si affacciano agli ebrei italiani. Perchè in Italia non si fa assolutamente nessuna differenza fra ebrei e non ebrei in tutti i campi, dalla religione alla politica, alle armi, all'economia. Abbiamo avuto al governo persino tre ebrei in una volta. La nuova Sionne gli ebrei italiani l'hanno qui, in questa nostra adorabile terra, che del resto molti di essi hanno difeso eroicamente col sangue. Speriamo che gli ebrei italiani continueranno ad essere abbastanza intelligenti per non suscitare l'antisemitismo nell'unico paese dove non c'è mai stato”.


 No.692

>>691

Queste parole, scritte prima della marcia su Roma – sul Popolo d'Italia – mostrano che la mente del Duce si è sempre preoccupata del problema sionista, anche prima che la sua responsabilità di Capo del Governo e creatore di un movimento politico di importanza mondiale gli imponesse nuovi doveri verso la Nazione.

Alle parole del Duce noi abbiamo risposto con la spontanea reazione dei nostri animi contro quel sionismo nazionalista che in Italia non ha ragione di essere e che combattiamo e combatteremo a oltranza.

(da “La nostra Bandiera”, 17-24 maggio 1934-XII, E. F.)


 No.706

>>692

Capitolo V

La questione ebraica

A confermare la continuità delle nostre idee sugli argomenti trattati in questo giornale pubblichiamo uno studio sulla questione ebraica da noi scritto nel novembre del 1920 sul “Vessillo Israelitico”

I.

Nell'attuale grande gara di aspirazioni nazionali, mentre ogni popolo accampa i suoi diritti, anche Israele eleva la sua voce e chiede giustizia in nome del sangue versato dagli ebrei in tutti i campi di battaglia, in nome dell'invincibile anelito di libertà che guidò gli eserciti alleati alla vittoria contro la coalizione tedesca. Così la colonna di fuoco guidò il popolo d'Israele nel suo doloroso cammino verso la Terra Promessa. Discendente da italiani patrioti e ottimi cittadini, nutrito dalle grandi idealità italiane e amante appassionato della mia terra, io ho sentito ugualmente nelle mie vene un fremito nuovo, rievocando la tragedia d'Israele in questi anni terribili, un fremito di pietà e di solidarietà per i miei correligionari oppressi. Trascinati oer le pianure polacche e galizione i loro corpi affranti e le anime dolenti. Per le vie battute dalle falangi coperte di ferro e di fuoco, nelle contrade devastate, passavano le turbe ebraiche piangenti e doloranti, senza tetto e senza méta. Porre fine a questa grande barbarie, dare una patria amorosa a questi infelici:ecco il problema che ha affaticato le più elette menti ebraiche.

II.

Varie sone le opinioni circa il modo di risolvere la questione ebraica. Molti ritengono che l'equiparazione giuridico-sociale e la completa uguaglianza di trattamento da parte degli Stati per tutti i cittadini – e anche per gli ebrei – viventi nell'Europa orientale e media – risolverebbe la questione, soddisfacendo le aspirazioni ebraiche. Altri pensano che soltanto accolgliendo nella terra di Palestina le masse ebraiche oppresse e perseguitate si potrà porre termine all'angosciante problema. I primi affermano che è destino ineluttabile d'Israele di disperdersi indefinitamente nel mondo – come polline fecondatore - per poter compiere la missione affidatagli da Dio di “popolo eletto” cioè di popolo che sia d'esempio agli altri e migliori l'umanità - preparandola all'avvento del Messia; i secondi temono che dalla convivenza degli ebrei con altre genti risulti un logoramento, un inquinamento dello spirito ebraico che minacci persino la sopravvivenza d'Israele. Queste diverse correnti di idee si sono spesso aspramente combattute e hanno entrambe buone ragioni da far valere. Oggi si è affermata la corrente sionista che intende dare alla questione ebraica una soluzione territoriale e domanda per Israele la terra dei suoi padri e dei suoi profeti vagheggiando una ricostruzione che non solo è – nel nostro pensiero – inattuabile, ma anche dannosa alla causa ebraica e contraria allo spirito della nostra religione.


 No.707

>>706

III.

In questi ultimi tempi la situazione degli ebrei nella zona dell'Europa centro-orientale che si estende dal mar Baltico al mar Nero – dove vivono otto milioni di ebrei - si è profondamente mutata, specialmente in Rumenia e in Russia. In questi Stati che sono stati sconvolti fin dalle fondamenta, la situazione giuridica degli ebrei è assai migliorata.

Di fatto, permangono in questi paesi, per cause diverse, condizioni di vita assai precarie per i cittadini di religione ebraica, che, pur godendo parità nei diritti consentiti agli altri cittadini ( e non solo parità nei doveri come succedeva prima della guerra), continuano a trovarsi a disagio, e si sentono considerati come stranieri fra popolazioni ostili. La feroce persecuzione zarista contro gli ebrei - che fu una delle molle più potenti della rivoluzione russa – è ora sostituita da un regime di oppressione religiosa.

Così, dopo la grande tragedia della guerra mondiale, si presenta ancora imperioso il problema ebraico in tutta la sua crudezza. Molti s'illudono di averlo risolto con l'accordo di S. Remo e col tentativo che si va attuando di colonizzazione ebraica della Palestina, ad opera di insigni ebrei d'ogni nazione, ma specialmente inglesi e americani. Noi non siamo persuasi della bontà della soluzione sionista. E per discuterla poniamo subito il seguente quesito:” È necessario per l'esistenza e l'avvenire dell'Ebraismo di creare un centro di vita ebraica che dovrebbe esplicare un duplice moto centrifugo e centripeto: irradiare per tutto il mondo la luce del genio d'Israele e attrarre a sé le masse ebraiche erranti e perseguitate?”. Io non esito a rispondere affermativamente alla prima parte del quesito; cioè: è necessari e urgente creare un'Università di studi ebraici che con lo studio dei nostri sacri testi, della nostra storia, della nostra letteratura riconduca nella sua giusta e magnifica luce la religione d'Israele suscitatrice del genio ebraico, madre e nutrice delle religioni cristiane. Essa è ben degna di essere ben più universalmente studiata, conosciuta e apprezzata che oggi non sia.

Quale grande giovamento avrebbe Israele dalla creazione di un'Università ebraica che affretterebbe il trionfo dei principii immortali, essenza e gloria dell'Ebraismo.

Ma la istituzione di questa Università - nuovo faro radioso nelle tenebre attuali - deve avvenire in Palestina? È proprio necessario che sorga in quella terra fatale quello che sarà il tempio degli ebrei di tutto il mondo? È bello, è nobile pensare che sulle rovine del Tempio violato risorga dopo il silenzio di secoli d'abbandono quale affermazione di vitalità eterna – un altro Tempio più grande ancora del primo (poiché oggi l'anima ebraica si è liberata dai formalismi, dagli inceppamenti del rito, assurto allora a ridicola importanza), rispondente alle più pure tradizioni del Tempio nostro, luogo di preghiera e di spirituale elevazione, ma anche di studio, di indefessa indagine della parola dei profeti. Ma la sede di Palestina non è condizione sine qua non. Io vedo la possibilità di erigere questo tempio del pensiero ebraico in Inghilterra o in America o in Italia , senza che ne risulti menomata l'importanza.


 No.708

>>707

IV.

Rimane l'altra parte del quesito, la più dibattuta: agli israeliti perseguitati in paesi inospiti e retrogradi, potrebbe la terra di Palestina offrire un rifugio e una nuova patria amorosa? La speranza di vivere in una terra libera ove fremano i grandi ricordi della nostra storia deve far fremere impetuosamente i cuori dei nostri correligionari oppressi in barbare contrade. Ma se in Palestina essi potrebbero trovar pace, tranquillo svolgimento della loro vita sociale – libera estrinsecazione del loro spirito – non troverebbero già la patria nuova, cioè la nazione ebraica. Il voler creare un'artificiale nazione ebraica, comperando una terra, sia pure la più adatta, la più naturale, e popolandola di ebrei perseguitati, mi sembra un sogno di menti sempliciste. Ora il Sionismo ha questo difetto insito: che più che a liberare le masse ebraiche oppresse tende con esse a ricotruire la nazione ebraica. Cioè non criterio umanitario o fraterna solidarietà soltanto, spingono i sionisti a sostenere le loro teorie ma invece – e più che altro – l'utopia di creare la patria ebraica, raccogliendo sparsi elementi di Israele in Palestina. Ma una nazione non si può creare artificialmente, ma non si può percorrere a ritroso la storia e voler riprodurre uno stadio di civiltà, romai da secoli sorpassato. Rileggiamo la storia ebraica: Israele è costretto a fuggire dal paese che egli stesso ha fatto prospero e grande, e deve guadagnarsi la Terra Promessa mediante lotte infinite con gli elementi ostili, con i popoli più agguerriti. Finchè deve lottare per la sua esistenza, per rivendicare i suoi diritti misconosciuti e violati, Israele è forte, è grande; ma quando trionfa e si adagia sui suoi allori, ben presto nel sio seno sorgono lotte tremende, dovute a sfrenate passioni e ambizioni, a smodate cupidigie. Guerre civili divampano fra gli ebrei per avidità di supremazia e di dominio; le leggi sono falsamente interpretate; si trascura l'essenza lo spirito della Legge, per dare un'esagerata importanza a tuto quanto è puro e ingombrante formalismo.

Invece quando l'ebreo è oppresso d deve aprirsi la strada con le sue sole forze, allora tutte le più belle virtù rigulgono in lui, poiché egli ritorna a Israele.


 No.709

>>708

Sentono proprio gli ebrei questa necessità di avere una patria ebraica, un'indipendenza, una nuova storia ebraica? Io affermo con assoluta certezza che dalla stragrande maggioranza degli ebrei questa necessità non è sentita. Dove l'ebreo è libero cittadino, parificato nei diritti civili e politici agli altri cittadini, è legato con vincoli d'amore e di riconoscenza alla terra che lo accoglie; dove è oppresso, egli anela alla libertà, soffre, ma spera e lotto per il suo diritto alla vita, ma non desidera di abbandonare il suolo che fu la patria, sia pure ingrata, dei suoi padri, dove egli stesso è nato e cresciuto. L'ebreo è molto affezionato alla terra dove nasce e facilmente assimila le migliori qualità del popolo che lo ha accolto, pur conservando le sue caratteristiche più notevoli. Le qualità non buone dell'ebreo, dovute al regime di soggezione a cui è stato per secoli sottoposto, cessano quando l'aura vivificante della libertà ridona a lui la pienezza delle sue forze, la consapevolezza di sé stesso e di quel che valga. Ma questa libertà non si deve comperare, né si può creare dibotto, ma è destino pur troppo tragico d'Israele di lottare sempre per ittenere il diritto di liberamente vivere e a traverso le sue sofferenza, mantenendosi fedele alle sue leggi, essere esempio trascinante ai popoli di diversa fede. Nei paesi dove gli ebrei sono in stato di inferiorità sociale, angariati da inique leggi, là appunto deve farsi sentire più forte la potenza d'Israele. Poiché non è già con una fittizia, artificiale ricostruzione che l'universalità degli ebrei riacquisterà il grande posto che le spetta per lo splendore del suo genio, ma è riaccostandosi alle nostre antiche leggi con amore e fede, nel nutrirci di quel grande e immortale spirito che le anima. Quando noi ebrei avremo finalmente il coraggio di essere noi stessi, quello che siamo, quello che dovremmo essere, allora rifiorirà la nostra grandezza e ci saranno spalancate le porte del cielo. Chi sente la necessità di questa indipendenza , donata come elemosina o acquistata a prezzo? Pensiamo al grandissiomo passo che in taluni paesi Israele ha fatto verso la sua totale emancipazione. La sua evoluzione storica segue il suo corso, non uniforme dappertutto causa le diverse condizioni fisiche etniche sociali politiche dei vari paesi. Noi dobbiamo e possiamo rimanere ebrei pur essendo italiani, inglesi o francesi. Si dice che l'Ebraismo non sia una religione bensì una nazionalità a sé che non potrà mai fondersi con altre. Ma badiamo a non dare a i nostri avversari una grande arma contro di noi.


 No.710

>>709

Ho conosciuto ebrei tedeschi, inglesi, francesi, levantini, polacchi, rumeni, ma confesso che ben di rado mi sono accorto che essi erano miei consanguinei. Anzi avrei desiderato talvolta che non lo fossero.


 No.711

>>710

V.

I sionisti ritengono che l'inferiorità degli ebrei rispetto agli altri abitanti in alcuni paesi, dovuta all'opposizione a cui sono soggetti, imponga di salvare questi infelici, donando loro una patria ebraica. Ma noi diciamo loro:” No, cari amici, essi non chiedono la patria ebraica, ma vogliono bensì essere interamente, liberamente ebrei, nel paese che nutre i loro focolari”. Non esistono già in oriente e nell'America del Nord vari centri di vita ebraica, dove si parla la lingua ebraica, si stampano giornali, si rinnovella in ogni più moderna forma la vita ebraica? Occorre non cadere nell'errore di voler ricostruire uno Stato che storicamente non ha più ragione di esistere. La nazione ebraica che ha avuto una splendida civiltà e la sua età dell'oro all epoca di Salomone legislatore, poeta, filosofo ( che è uno dei più grandi nomi della storia ), ha compiuto il suo ciclo storico. Come la Chiesa Romana, così l'Ebraismo deve vivere e Prosperare ormai spiritualmente ma temporalmente è per sempre sepolto. La colonizzazione ebraica della Palestina, che presenta gravissimi ostacoli e richiederebbe per la sua effettuazione un lunghissimo periodo di anni, anche riuscendo, non sarebbe in ogni modo che un palliativo, ma non risolverebbe la questione ebraica.

Noi riteniamo che sia più forte l'influenza politica che attualmente hanno nei diversi paesi gli ebrei migliori che quella ben tenue che la Palestina ebraica potrebbe svolgere. L'opposizione araba e quella cattolica alla nostra espansione in Palestina che già hanno dato occasione a vari conflitti, sono tali da limitare fortemente le nostre possibilità di successo. Là dove diverse razze hanno insieme la loro culla e i ricordi più sacri, è pericoloso volre affermare il dominio di una sola.

Israele deve ritrovare la sua forza, la sua grandezza morale a traverso la sofferenza illuminata dallo splendore del suo genio, proiettato sulle terre ospitali. Pensiamo alla condizione degli ebrei italiani nella prima metà del sec. XIX e alla loro attuale floridezza: forse perchè oggi ai dolci raggi di libertà si affievolì nei nostri cuori la fede, noi dovremmo ritornare indietro di molti secoli e rifare a ritroso il nostro cammino? Purchè non si getti come un limone spremuto il nostro grande retaggio spirituale, noi possiamo amare la patria, restando fedeli alla nostra tradizione.


 No.712

>>711

VI.

Rileggiamo le melodie ebree del Byron:

1.”Oh! Piangete per coloro che piansero sulle sponde del fiume di Babilonia, sopra coloro i cui templi sono squallidi e la patria un sogno; piangete sull'arpa infranta di Giuda, piangete. Là dove abitava il loro Dio, abitano ora quelli che Dio non hanno”.

2.”Dove laverà Israele, i suoi piedi insanguinati? Dov'è che i canti sì dolci di Sion lo consoleranno? Quando sarà che la melodia di Giuda rallegli i cuori che palpitar faceano i suoi celesti concenti[sic]?”. 3.”Tribù erranti, cuori desolati, dove vi rifugerete per trovare riposo? Il palombo ha il suo nido, la volpe la sua tana, i popoli la loro patria…Israele non ha più che il sepolcro”.

Il canto è molto doloroso, ma il dolore è una forza negativa, e dobbiamo vincere il nostro destino. Se ora dovesse risorgere in Palestina un nucleo ebraico con autonomia politica, gli ebrei sparsi per il mondo e godenti la piena libertà civile e politica, si sentirebbero vivamente conturbati nel loro patriottico amore. Di quale enorme danno sarebbe loro la credenza diffusa nei vari popoli coabitanti che gli ebrei abbiano due patrie fra cui liberamente sciegliere pronti ad accogliere l'una o l'altra a seconda del capriccioo della convenienza!


 No.713

>>712

VII.

La religione ebraica è tutta fondata su tre amori: amore di Dio, amore di famiglia, amore del prossimo.

Perchè dunque dovrei cercare sotto altro cielo forse più azzurro la patria che invece sento essere proprio qui, in questa terra d'amore, dove il piede ovunque calpesta le vestigia nascoste di una meravigliosa nazione dominatrice del mondo? Non fu la nazione di miei antenati, anzi fu la nemica, la distruggitrice, ma per questo appunto è più grande la mia gioia, più sottile il godimento di partecipare di quella civiltà che voleva distruggermi, anzi di averla vinta e sorpassata. Come all'epoca del Risorgimento, quando sette giovani ebrei parteciparono alla schiera dei Mille, così per la nuova Italia la gioventù ebraica combattè e cadde dul campo della gloria, e noi tutti ebrei possiamo avere il vanto di contare e piangere i nostri morti oer l'ideale nazionale italiano. Israele è spirito, non materia, per questo sfidò vittoriosamente le rire e le armi degli uomini e l'opera distruggitrice del tempo. Badiamo a non diminuirlo noi stessi.

(da “La nostra Bandiera”, 17-24 maggio 1934-XII, E. F.)


 No.738

Capitolo VI

Monito

Non sarà sfuggita ai lettori del nostro giornale l'ampiezza che ha assunto il nostro movimento e l'elevato dibattito di idee che ha provocato in tutti i settori dell'opinione pubblica. Ne sono prove evidenti le continue dimostrazioni di consenso che ci pervengono da ogni parte d'Italia. Quest'atmosfera entusiastica e cordiale che accompagna il nostro lavoro, mentre ci è di grande aiuto e conforto prova in modo evidente come fosse sentita la necessità di una Voce nuova che interpretasse l'anima vibrante di italianità degli israeliti. Ora, per la sincerità e serietà della nostra battaglia, è bene chiarire che se la nostra azione ha trovato piena rispondenza in profondità alla periferia, sta ancora aspettando i suoi risultati nel settore più importante. Mentre la Comunità di Roma, con un magnifico plebiscito che continua, ci dà un esempio di quanto eravamo già convinti e cioè degli inalterabili sentimenti dei suoi componenti – fedelissimi alla Patria e al Regime - e della sua chiara ed inequivocabile volontà di non permettere alcuna azione antinazionale né palese né larvata; mentre da Livorno, da Mantova, da Ancona, da Padova, da Verona, da tutte le Comunità italiane ci giungono espressioni sentite di adesione, manca in alcuni punti quella decisa azione che il momento esige e che attendiamo. I Consigli d'Amministrazione delle varie Comunità hanno il dovere di prendere posizione, di affiancare il nostro movimento spirituale. Lo esige l'ininterrota tradizione di nobiltà patriottica degli israeliti italiani, lo esige la nostra coscienza di cittadini edi militi fedeli della causa che più ci sta a cuore: la causa dell'unità spirituale e politica della Patria. Di fronte a queste inderogabili necessità ogni temporeggiamento, ogni tattica ostruzionistica è dannosa sia a chi la produce, sia alla Causa. Per conseguenza noi, che ci ispiriamo a principi di serenità e di calma, siamo consci però del nostro dovere e siamo ben decisi a non lasciar frustrare o sabotare il nostro programma.

Ed ora la parola al presidente dell'Unione delle Comunità, ai suoi Consiglieri e a tutti coloro che hanno la responsabilità e la rappresentanza ufficiale delle Comunità italiane. Noi non conosciamo personalismi e deprechiamo le scissioni ma vogliamo una definitiva e chiara soluzione.

È bene affermare che i fascisti ed i combattenti italiani di religione ebraica, che noi abbiamo la coscienza di rappresentare con questo modesto foglio, se sono partiti in guerra contro tutti gli equivoci non si fermeranno più fino alla vittoria definitiva. Desideriamo, e lo diciamo ancora una volta, che i dirigenti dell'Unione delle Comunità aderiscano senza riserve al nostro movimento e dichiarino di essere con noi d'accordo nel considerare il sionismo unicamente come una manifestazione di assistenza ai nostri correligionari perseguitati. Essi devono con precise ed inequivocabili affermazioni respingere ogni interpretazione diversa che possa comunque menomare i nostri sentimenti d'italianià ed i legami indissolubili che ci legano al nostra diletta Patria, l'ITALIA.

Sono disposti il Presidente ed i Consiglieri dell'Unione ad aderire a questa esplicita chiarificazione che s'impone dopo l'infelice comunicato del 15 febbraio u. s. alla stampa italiana? Attendiamo la risposta che non può mancare.

(da “La nostra Bandiera, 24 maggio, 1934-XII, E. F.)


 No.745

Capitolo VII

Sionismo occidentale

A documentazione che il nostro fervido amor patrio non è “improvvisato” riportiamo dal “Vessillo Israelitico” fascicolo XXII del 1913, il dotto lavoro sul “Sionismo Occidentale”, dovuto alla penna del compianto prof. Felice Momigliano, il noto filosofo e forte studioso delle questioni ebraiche. In questo articolo, oltre 20 anni fa, venivano illustrate le idealità per le quali “La Nostra Bandiera” chiama a raccolta attorno a sé gli ebrei tutti d'Italia.

Non ho aspettato nel 1913 a riconoscere che l'avvento del sionismo segna una data memorabile nella storia del disperso Israele.

In Italia, quando tutti tacevano, ne ho messo in rilievo l'importanza, scrivendone a lungo in giornali e riviste, fin dal suo primo apparire e, pur nel ricordo, sento rinnovarsi in me il tumulto di affetti e di pensieri, suscitati alla lettura dei giornali di oltr'alpe, che si ripercotevano nella piccola comunità di Mondovì , l'eco dei discorsi, delle discussioni solenni, del primo congresso di Basilea. A rendere simpaticamente noto il movimento fra noi, ho tentato di contribuire coi mezzi di cui potevo disporre.

1. L'emigrazione in Palestina

Ma allora, come adesso, il sionismo per me e pei confratelli occidentali che non sono più servi, ma figli della libertà, non significa altro che disposizione benevola e collaborazione attiva per favorire l'emigrazione in Palestina di tutti quegli ebrei che non trovano nelle regioni dove attualmente vivono il modo di soddisfare alle loro aspirazioni di persone libere.

Al movimento che sospinge gli ebrei, per la massima parte proletari, verso la Palestina, contribuiscono le antiche tradizioni dei padri, le speranze messianiche, non meno che fattori di ordine sociale. Perchè il sionismo non è soltanto una risurrezione di fede religiosa, ma è altresì una questione economica.

Se il seguire con simpatia questo movimento, l'adoprarsi perchè si compia, costituiscono l'essenza del sionismo, pare a me che nessun ebreo possa sottrarsi all'obbligo di essere sionista. È questione di cuore, di solidarietà nel dolore, di fratellanza nell'ereditarietà del martirio, la quale non può essere respinta che da anime pusille o da rifatti vigliacchi, o da procaccianti ingordi.

Ma…lo stato ebraico?

Io lascio il mestiere di predire l'avvenire ai profeti ed alle zingare. Ma so che “ubi homines sunt, ibi modi sunt”, che tradotto un'pò liberamente non vuol dir altro che dove sono uomini, non può mancare la razionalità dei rapporti fra di loro.

Senza inclinare all'utopia, si può immaginare fra un secolo, od anche meno, quando la popolazione ebraica nel paese di origine avrà raggiunto il centuplo di quella che è attualmente, la Palestina coltivata come un giardino, e se non scorrente latte e miele, secondo l'espressione biblica, popolata dai figli di coloro che ora muoiono di esaurimenti nella Russia, o sono cacciati dalla Rumenia, ed offrire rifugio, come già l'America in grande, a quanti sono ripudiati dalla terra natìa.

Quanto poi alla questione della patria, io, a costo di fare un'pò la figura di Candido, il troppo ingenuo scolaro del dottor Pangloss, non posso nascondere la mia non lieta sorpresa perchè ebrei e italiani si attentino di chiamar patria provvisoria l'Italia, e patria stabile la Palestina, madre vera questa, e madre d'accatto quella o cavillino intorno alle due patrie mettendo di nuovo in circolazione pseudo problemi che credevano d'aver superati da molto tempo. “Multa renascentur”…


 No.746

>>745

2. Senza restrizioni mentali

Io non so se costoro, che pur vantano tenaci prosecutori della tradizione, non abbiano mai riflettuto che il loro atteggiamento è in opposizione evidente alla volontà espressa dai padri loro. Perchè non c'è posto per l'equivoco. I padri nostri e i nostri nonni accettando senza infingimenti e senza sottintesi, le franchigie di libertà concesse nel '48, si sono solennemente impegnati a riconoscere per unica patria l'Italia. Nessuna restrizione mentale.

Lo Stato italiano, è giustizia riconoscerlo, nonostante l'infelice espressione verbale del primo articolo dello Statuto, non è venuto meno ai suoi impegni, ed ha diritto di esigere altrettanto dai nostri correligionari. Non è leale che coloro che si considerano come dei “déracinés” della Palestina, godano sulle rive del Po e del Tevere di tutti i benefici dello stato italiano senza riconoscerlo in cuor loro. Che se poi la fede nazionale ebraica è in essi più prepotente della fede nazionale italiana, non esauriscano codesto loro entusiasmo in comode manifestazioni verbali, in esaltazioni a freddo, od in deplorazioni contro quelli che sono d'avviso opposto, ma lo attestino coi fatti.

Nelle tradizioni ebraiche del medioevo si racconta di vecchi canuti e stanchi che sentendo avanzarsi la grande ora della morte, abbandonavano la casa e la famiglia per trascinarsi fino a Gerusalemme affinchè le loro spoglie mortali potessero dormire l'eterno sonno sotto le zolle delle colline di Sionne, o all'ombra dei cedri del Libano. Perchè i figli non degeneri e di mentalità analoga, non rinunciano ad esercitare la loro attività in Italia (madre acquisita), quando è loro dischiuso un largo campo di energie e di lavoro in Palestina (madre vera)? Comunque potrà venire giudicato il loro gesto, nessuno allora si rifiuterà dal rendere omaggio rispettoso a chi risolve coraggiosamente il dissidio, con una linea di condotta lucida e decisa e mostra di saper fare pel trionfo delle sue convinzioni, generosi sacrifizi.

Ma finchè al pensiero non seguirà l'azione, quei cotali offriranno un maglifico argomento da sfruttare agli antisemiti, che saranno “enchantés” di tesoreggiarne le confessioni per generalizzarle a maggior abominio d'Israele.

Fortunatamente i nostri padri (sia benedetta la loro memoria) lasciarono brani di carne nelle campagne del risorgimento italiano. Che parecchi ebrei siano stati ferventi mazziniani è una constatazione che mi riempie di compiacenza. Che fra i mille sette fossero appartenenti a famiglie israelitiche, mi rende quasi orgoglioso , come sono molto grato a mio padre, di aver combattuto valorosamente nelle campagne del '48 e del '49.

neanche mi persuade l'argomento che il nazionalismo ebraico sia uno dei dogmi della nostra fede. Come dato di fatto, da circa due millenni gli ebrei vivono nella diaspora e la religione ebraica non è spenta; il “gàluth” è da me inteso nel senso della specifica missione affidata ad Israele, di diffondere nel mondo la religione morale, coll'esempio di un popolo santo, com'è santo il padre che è nei cieli.

Il sequestro secolare ha contribuito potentemente alla conservazione di elementi nazionalisti nelle preghiere e nel cerimoniale. Ma a mano a mano che gli ebrei conquistarono diritti di uguaglianza, prevalsero gli elementi fecondi della religione universale sugli elementi sterili della religione nazionale.


 No.747

>>746

3. Religione non nazionalismo

Gli ebrei emancipati dalla coltura, che intendono Iddio come puro spirito, interpretano l'edificazione del tempio, il ritorno in Palestina, come simbolo etico del giorno del Signore, il regno di Dio in terra, invocato ed affrettato mediante l'elevazione della coscienza morale, mediante la penetrazione più intensa e più estesa dei valori spirituali nel mondo reale.

Quando l'ebraismo si consideri religione universale in senso qualitativo, la questione del nazionalismo palestinese non ha più ragione d'essere.

L'elemento essenziale della nazionalità è la volontà di persone libere che dichiarano di vivere assieme, di accogliere la tradizione dei ricordi, delle speranza, impegnandosi di assolvere tutti i doveri che sono connessi con questo sentimento. L'unità ideale d'Italia è costituita da questa volontà comune, espressa dai cattolici, protestanti, ebrei, liberi pensatori che accettano l'eredità del passato colla volontà comune di proseguirla nell'avvenire.

Volere oggigiorno dare a fondamento della nazionalità la razza o la religione significa respingere l'umanità verso epoche storiche definitamente tramontate, disconoscendo la dignità umana nel libero esercizio della ragione.

Non presumo d'aver esaurito l'argomento che, per la sua complessità, può dar luogo a nuove chiose. Mi pare peraltro di aver accentuato i punti più delicati.

Non pretendo di aver detto cose nuove: mi contento esporre il frutto di convincimenti sinceri maturati da diuturna riflessione.

(da “La nostra Bandiera”, 31 maggio 1934-XII, E. F.)


 No.768

Capitolo VIII

Al tribunale della storia

La Germania, ritrovato il suo spirito di nazione indubbiamente grande col tramonto delle democrazie parlamentari e con l'avvento della disciplina e dell'ordine, pare non aver trovato pace ancora in ordine al problema che primo essa si è imposto come fosse il più grave ed impellente per la sua salvezza: il problema della purità della razza, che tanto inchiostro ha fatto versare e tante polemiche ha suscitato in ogni parte del mondo

e le polemiche e i dibattimenti ( se così si possono chiamare, quando una sola campana può far udire la sua voce e l'altra è forzatamente ridotta al silenzio) continuano nella stessa Germania. Infatti i giornali apprendono da Berlino che l' ”Angriff”, l'organo nazionalsocialista fondato dal dott. Goebbels, continuando la sua implacabile campagna antisemita scrive:”È necessario, compiuto un anno, rivedere le relazioni fra ebrei e non ebrei nel Terzo Reich. Infatti, se la situazione giuridica degli ebrei è sistemata, il modo con con cui gli ebrei devono comportarsi non lo è ancora”.

È sempre la solita musica, variazioni sempre sullo stesso tema. Nulla di nuovo ci dicono queste parole se non che si vogliono ancora limitare le libertà e le possibilità di vita degli ebrei tedeschi in Germania: la situazione per essi si avvia a diventare, se fosse possibile, ancora più grave. Anche di questi giorni il giornale”Deutsche Nachrichten Bureau” annuncia che la Federazione generale degli studenti tedeschi ha proibito ai suoi Membri di far parte delle associazioni studentensche “Vandalia” di Aidelberga, “Svevia” di Monaco e “Svevia” di Tubinga, per non applicazione del paragrafo ariano. Monito a chiunque altro in Germania si azzardi ad aver contatti con ebrei che sarà radiato completamente dalla vita nazionale.

E non è tutto. A Norimberga il famigerato giornale “Der Sturmer” pubblica a loro vergogna i nomi degli israeliti che sono stati scorti in un ristorante nei dintorni di Francoforte in compagnia di giovinette ariane, e si scaglia contro queste fanciulle colpevoli di non essere antisemite con roventi espressioni:

“Si dovrebbe imprimere loro una stigmata sulla fronte, affinchè nessun compatriota tedesco possa mai, per isbaglio, sposare una creatura così contaminata dal sangue ebraico”.

“Der Sturmer” protesta contro ciò ch'esso qualifica di profanazione della razza ed aggiunge che continuerà “a lumeggiare le mene criminali degli ebrei” ed esalta “il frustino col quale li si caccerà un giorno la località donde sono venuti…”.

Che fare di fronte a questa infame campagna di odio? Da oarte nostra ogni boicottaggio, ogni azione tendente a danneggiare la nazione tedesca o a limitare i suoi rapporti con la nostra patria non solo sarebbe assolutamente inutile agli effetti delle condizioni degli ebrei tedeschi in Germania, ma ostacolerebbe la proficua opera di pace che il Governo fascista va svolgendo e deve continuare a compiere senza impedimenti di nessun genere.


 No.769

>>768

Serene e autorevolissime parole sono state dette a più riprese ai tedeschi, circa le loro teorie razziste, di su le colonne del “Popolo d'Italia”. Su quelle si dovrà meditare a Berlino, e là si dovra tenere presente che pre seguire il luminoso esempio di Roma occorre instaurare non solo principii di ordine e di autorità ma anche - e soprattutto – di giustizia.

Prima dell'avvento di Hitler al potere il popolo tedesco era considerato diviso in due grandi rami religiosi: protestanti e cattolici.

L'1 per cento della popolazione totale er poi costituito da ebrei. Benchè la loro situazione dal punto di vista morale e politico non sia mai stata molto rosea, pure un relativo regime di giustizia si era instaurato nel dopo guerra, ed eminenti ebrei avevano assunto posti di comando e reso preziosi i servizi alla Nazione nel campo delle scienze.

Ballin, Haber, Rathenau, Einstein, erano infatti nomi di risonanza mondiale. Oggi ci troviamo di fronte a questo mostruoso fenomeno: che una parte e cioè l'uno per cento del popolo tedesco è tenuto in regime di reazione e schiavitù e messo al bando dalla vita civile perchè di religione ebraica. Ora questa famosa teoria razzista che poggia solamente su vano e malinteso orgoglio e che non ha nessuna base né scientifica, né giuridica, né umana, questa famosa teoria è stata inventata dai professori hitleriani.

Ci troviamo quindi di fronte ad un fenomeno grandioso, complesso e profondo che dimostra soprattutto come l'urto fra l'animo e la sensibilità della parte ebraica del popolo tedesco e le altre due parti religiose sia inevitabile e fatale e come rappresenti uno dei fenomeni storici più intensamente drammatici ed istruttivi. Ogni ben pensante, ogni creatura ragionevole che sia al di fuori della mischia comprende come la lotta di una Nazione contro una parte di sé stessa, sia in definitiva un suicidio morale che conduce inevitabilmente al suicidio politico. La rovina della parte ebraica del popolo tedesco,può condurre alla rovina di tutto il popolo tedesco, senza distinzione di credenza religiosa. Ad ogni popolo la facoltà di ordinare le cose in casa proprie come meglio gli conviene, ma per le esaltazioni mentali occorre una cura energica, e di fronte ad ogni esagerazione l'opinione pubblica mondiale ha i suoi diritti. Per questo anche all'infuori di ogni solidarietà religiosa, tutto il mondo civile assiste non indifferente, ma attento a questo grande dramma della Storia, per cui si ribella il nostro animo di cittadini di Roma, che si onorava di essere la Patria equanime e magnanima di tutti gli Dei.

(da “La nostra Bandiera”, 14 giugno, 1934-XII, E. F.)


 No.830

Capitolo IX

Una importante dichiarazione dell'Unione delle Comunità

Il Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, avv. Felice Ravenna, ha diramato ai presidenti delle singole Comunità la seguente importante dichiarazione:

“L'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, mentre ritiene che il fatto di avere il patrio Governo ratificato la dichiarazione Balfour impegni gli Israeliti italiani a favorire nella misura e nei modi che possano essere graditi al Governo italiano la rinascita ebraica palestinese della quale ricoosce l'alto significato religioso, dichiara che questo e non altro è e deve essere il proprio atteggiamento verso il Sionismo e si riafferma fervidamente italiana e fedele al Regime al pari di tutte quante le Comunità che essa, con vigile coscienza, assomma e rappresenta”.

La dichiarazione è accompagnata da una circolare inviata alle Comunità in cui è detto testualmente:”Ad evitare che persone meno edotte della real situazione e dell'opera compiuta possano essere tratte in errore da voci diffuse tra il pubblico ebraico, l'Unione ha creduto opportuno formulare l'acclusa dichiarazione”.

L'allusione – è evidente – è diretta a noi. Come è evidente, ed i nostri lettori ne possono dare fede, che la dichiarazione della presidenza delle Comunità Israelitiche Italiane è in perfetto contrasto con la precedente in materia. Ed allora sorge naturale la domanda: chi delle Comunità non interpretasse il pensiero ed i sentimenti della quasi totalità degli ebrei italiani o dell'Unione stessa?

Comunque prendiamo atto della dichiarazione che avremmo preferito fosse stata redatta in uno stile più fascista, cioè più chiaro e preciso, come avremmo preferito che fosse stata resa pubblica e non inviata solamente ai Presidenti delle Comunità perchè fosse comunicata ai correligionari indotti (per colpa…nostra!) in errore.

Riteniamo però che gli egregi uomini che compongono la Presidenza dell'Unione delle Comunità dovrebbero sentire il dovere di far posto a uomini nuovi. Quando si soffre di crisi di coscienza quali appaiono dai due cotraddittori comunicati; quando la resipiscenza, fin troppo lungamente meditata, non conduce all'esemplare chiarezza che l'autorità conferita alla carica impone, non si può degnamente rappresentare una massa di italiani dell'anno XII che hanno risolto il problema patrio e religioso con chiarezza, limpidamente e sicuramente. Il lungo elenco dei correligionari - volontari di guerra, trinceristi, camicie nere – che hanno aderito al nostro giornale deve aver detto chiaramente ai dirigenti dell'Unione ch'essi non hanno interpretato fino a ieri il pensiero della maggioranza degli israeliti italiani.

La rinnovazione dei quadri, l'avvicendamento ai posti di responsabilità è nelle consuetudini fasciste.

I dirigenti dell'Unione dovrebbero sentire questo dovere fascista.

(da “La nostra Bandiera”, 14 giugno, 1934-XII, E. F.)


 No.874

>>830

Capitolo X

Le elezioni dei consigli delle comunità

Le nostre previsioni non sono andate deluse: i contribuenti della Comunità Israelitica di Torino con una votazione suberba hanno riaffermato in modo inequivocabile la loro italianità e la loro fede nell'italia di Mussolini.

Infatti le elezioni amministrative che il Commissario Governativo della Comunità ha indetto per domenica scorsa 17 giugno, hanno assunto come abbiamo detto nei precedenti numeri, un significato ed una importanza tutta particolare. Innanzi tutto rileviamo il grande numero dei votanti. Si è avuta in questa elezione una percentuale mai raggiunta. Nelle elezioni del 1927 su 919 inscritti, solo 150 elettori si presentarono alle urne. Nel 1932, su 1271 inscritti solo 339 persone esercitarono il diritto di voto. Domenica scorsa, su 1300 elettori votarono 741, e cioè una percentuale del 57 per cento.

1. Unanime fiducia

È da notare, a questo proposito, che con la recente legge fascista su l'ordinamento delle Comunità sono inscritti nei ruoli di Torino numerosi correligionari residenti in altri centri del Piemonte, ove furono soppresse le Comunità per insufficiente numero di fedeli.

Inoltre, nell'elenco sono comprese numerose persone che anche volendo non hanno potuto esercitare questo loro diritto – che era anche un dovere - per la grave età o trovandosi fuori residenza.

Le operazioni elettorali hanno avuto inizio alle ore dieci sotto la presidenza dell'illustre e valoroso magistrato designato da S. E. il Prefetto di Torino, e cioè il Sostituto Procuratore, alla Corte d'Appello di Torino, Comm. Avvocato Dompé.

Poco dopo si avvicinava all'urna per compiere il proprio dovere il generale Adolfo Olivetti, il quale era giunto appositamente a Torino per partecipare alla votazione. Salutato da un caloroso applauso e fatto segno ad una manifestazione di simpatia, entrava poi nell'aula S. E. il generale Liuzzi, che si tratteneva lungamente per attendere il proprio turno come fecero d'altra parte altri insigni personalità.

2.L'affluenza degli elettori

Poco prima di mezzogiorno giungeva pure alla sede del Collegio elettorale, per esercitare il suo diritto di voto, S. E. il Procuratore Generale alla Corte d'Appello di Torino Avv. Leopoldo Muggia. Così note personalità dell'arte, dell'industria e delle scienze si avvincendavano alle urne a umili e modesti elettori uniti ai primi dalle stesse idealità.

Mutilati, vecchi, fascisti, combattenti, sono intervenuti nella loro quasi totalità alla manifestazione, recando con il loro voto un significato particolarmente patriottico alla votazione.

Abbiamo visto così trascinarsi presso l'urna un valoroso minorato di guerra; abbiamo ammirato il petto splendente d'azzurro di valorosissimi ufficiali; abbiamo salutato con simpatia la presenza nell'aula di ufficiali della Milizia e di squadristi.


 No.875

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le elettrici hanno risposto in gran numero all'appello. Numerose signore di ogni condizione sociale (e prime fra tutte le insegnanti delle scuole), sono affluite alle urne, alcune malgrado la grave età che solitamente le trattiene a casa. Molte donne che non hanno potuto di presenza votare, avevano delegato congiunti, così come alcuni elettori residenti fuori Torino avevano provveduto a farsi rappresentare regolarmente a norma di legge.

La vittoria si è delineata sin dall'inizio. Non lotta, non personalismi inutili e dannosi, non competizioni ormai sorpassate, ma una sola, grande idealità ha inspirato la grande massa degli elettori: quella che si esprime col nome santo d'Italia.

Infatti non circolavano altre liste e numerosissimi elettori desderavano votare a lista spiegata, cedendo solo alle insistenze del Presidente del seggio, severo e giusto tutore della legge il quale ha voluto fossero rispettati anche nei minimi particolari il regolamento e le disposizioni legislative.

L'affluenza alle urne, intensa nelle prime ore del mattino, si è rinnovata nel pomeriggio fino alla chiusura avvenuta alle ore 16.

procedutosi allo scrutinio e proclamato dal Presidente l'esito della votazione fra gli applausi dei presenti, veniva seduta stante redatto dal Commissario Governativo il seguente telegramma informativo per S. E. il prefetto:

“Comunico Vostra Eccellenza che lista proposta dai combattenti e fascisti per elezioni amministrative Comunità Israelitica ha riportato 733 voti favorevoli su 741 votanti stop. Percentuale votanti 57 per cento doppia precedenti elezioni stop. Esito elezione riconferma sentimenti israeliti torinesi per affermazione fascista lieti servire sempre e dovunque la grandezza della Patria nel nome del Duce”.

In serata il Commissario Governativo telegrafava poi a S. E. il capo del Governo in questi termini:

“Onoromi comunicare Vosttra Eccellenza che nelle elezioni odierne Consiglio Amministrazione Comunità Israelitica Torino lista proposta fascisti et combattenti raccolse unanimità voti stop. Israeliti torinesi riaffermano così loro intendimento servire in umiltà causa Patria Fascista et Duce. Deferenti ossequi”.

I telegrammi del Commissario Governativo riassumono ed illustrano quello che fu lo spirito animatore delle elezioni e della conseguita vittoria.

Torino – siamo sicuri – sarà di esempio alle Comunità consorelle d'Italia per quel blocco granitico di spiriti e di propositi che manterrà in prima linea i nostri correligionari nei compiti che l'ora segna agli italiani di Mussolini

3. Un nobile messaggio dei camerati fiorentini

Alla nostra direzione è pervenuto il seguente messaggio telegrafico:

“Bravi! Significativa vittoria elezioni Comunità torinese segna prima fulgida tappa nostro programma rinnovamento. Alalà – Camerati fiorentini”.

(da “La nostra Bandiera”, 21 giugno, 1934-XII, E. F. )


 No.891

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Capitolo XI

La conferenza dei rabbini

Il Presidente dell'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e l'ambiente sionistico che lo circonda hanno combinato una piccola congiura… di corridoio. Di fronte ai palesi risultati della nostra campagna hanno chiesto soccorso ai rabbini.

Infatti l'Unione, in accordo perfetto con la Consulta Rabbinica, ha convocato a Milano la Conferenza ordinaria dei rabbini delle Comunità italiane.

A questa riunione non ha partecipato il Rabbino Capo di Torino.

I rabbini capi radunati il 17 scorso a Milano – non sappiamo quanti e quali fossero – hanno votato due ordini del giorno: il primo afferma “che è infondato e ingiusto pensare che l'ebreo, perchè tale possa essere meno italiano di chi ebreo non sia”. E qui plaudiamo toto corde.

Inoltre i rabbini riconfermano l'assoluto contenuto spirituale tradizionale che racchiude “l'aspirazione millenaria a Sion come elemento fondamentale del credo israelitico” ma ribadiscono che “nessun motivo esiste perchè gli ebrei italiani si differenzino agli effetti politici e nazionali dai loro concittadini”. Pertanto i signori rabbini non ritengono necessaria in Italia una stampa ebraica di carattere politico.

A questo proposito ci è stato chiarito che questo inciso è rivolto tanto a chi vuol fare della politica nazionalista sionistica quanto a chi la combatte. Per quanto ci riguarda abbiamo affermato fin dal primo numero del nostro giornale che usciremo – in questa veste, per lo meno – fino a quando esisterà un altro settimanale che fa capo a sentimenti e interessi estranei all'Italia e all'anima italiana, e lo confermiamo oggi. È questo per noi un dovere fascista al quale non verremo mai meno.

Ora, con tutta calma, di fronte a questa manifestazione noi desideriamo rivolgere agli ecc.mi rabbini una domanda: non si sono essi accorti che, mentre dichiarano di non volere alcuna ragione per fare della politica nel campo ebraico, essi stessi col loro ordine del giorno assumono in pieno un atteggiamento politico? Non vedono che la politica scacciata dalla porta entra dalla finestra e che non si può prescindere da quella che è la realtà odierna? Il campo della religione pura – della teoretica – è adatto ai rabbini, che vivono nell'atmosfera alta della dottrina; noi, ahimè!, siamo piccoli uomini e dobbiamo vivere nella vita di ogni giorno. Ma certo, non saremo capiti, e poi ignoravamo una cosa, che noi siamo forse delle brave persone, in buona fede, ma siamo degli incompetenti. Tutta la competenza, tutta la sapienza, si è condensata nei cervelli dei dirigenti dell'Unione e, oggi, dei loro sostenitori spirituali. Non c'è per caso qui un grave peccato di superbia?

Per finire, gli eccellentissimi rabbini hanno emesso un voto di solidarietà al Consiglio dell'Unione: qui ci sembra che abbiano esorbitato e si siano un'pò sbilanciati. Ma su questo l'ultima parola la dirà il tempo.

(da “La nostra Bandiera”, 28 giugno, 1934-XII, E. F. )


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Capitolo XII

Chiarimento

Abbiamo dimostrato, sintetizzandolo nella pubblicazione di lunghi elenchi, ai quali potremmo dare un seguito di appassionate e fervide adesioni, come ampio sia stato il consenso della grande massa dei correligionari al nostro giornale e alle idealità che intende difendere. Dobbiamo ora rilevare una corrente d'opinione, se non dissenziente, pure dubitosa della necessità della nostra campagna che è insieme difesa delle più sacre nostre convinzioni patriottiche e religiose. Tale corrente non può essere ignorata né trascurata perchè è voluta da persone degne di ogni considerazione e di noto equilibrio morale e intellettuale e che per di più sono animate da vivissimi sentimenti patriottici.

Le principali obiezioni che ci vengono mosse sono condensate in una lettera che ci giunge dalla città di Vittorio Alfieri, da persona di elevata coltura.

Scrive il nostro oppositore: “Io trovo che il loro foglio, che si definisce organo degli italiani di religione ebraica, è organo d'una insistente proclamazione d'italianità che non è punto necessaria e che è superflua e può essere tacciata di ostentazione”. Qui dobbiamo dire che ammiriamo il delicato sentimento di italianità che muove lo scrittore a ritenere quale offensiva per sé stessa l'affermazione ripetuta della propria fede italiana che non ha bisogno per noi israeliti italiani di insistenti dichiarazioni. Ma dobbiamo intenderci: altro è l'espressione del proprio io e della propria coscienza per ciascuno di noi e come fenomeno interiore ed altro è l'affermazione pubblica di un giornale che vuole interpretare i nostri sentimenti. Inoltre di fronte ad un'equivoca stampa ebraica è necessaria la reazione, e qui non ci stancheremo mai di proclamare alto e forte che la grande maggioranza degli israeliti italiani considera come sola ed unica Patria l'Italia.

Questa non è ostentazione, ma è volontà di esprimere e di proclamare le nostre idealità. Chi teme o non desidera tali esplicite e ripetute affermazioni mostra di non comprendere che il buon fascista, gridando mille volte la sua fede nel Duce, non commette per questo un peccato d'ostentazione.

Afferma in seguito lo scrittore:

“Quanto ad una rinascita nazionale del popolo ebreo, è certo questa una prospettiva di gravi dubbiezze; ma a questa possibilità è lecito opporre un divieto, una diffida, con l'immiserimento di quell'idea, col fare del Sionismo un'opera di sussidio e assistenza ad ebrei poveri e randagi?”. Qui il quesito involge le ragioni più profonde per le quali è sorto il nostro giornale. Da molte parti ci si è detto:”Perchè volete negare, per quanti sono scacciati dalle loro Patrie, la possibilità di crearsi una nuova patria ebraica?”. Il quesito, che atutta prima appare di un profondo contenuto umanitario, è invece da noi respinto perchè abbiamo la profonda e incrollabile convinzione che occore che tutto il mondo civile e gli israeliti di tutto il mondo in particolare, difendano i sacrosanti diritti che gli ebrei hanno di non essere reietti dalle loro patrie e non si limitino a soggiacere supinamente a questo fatto come ad un fatale destino, promuovendo la costituzione di uno stato ebraico, quasi implicito riconoscimento dell'ineluttabile sorte d'Israele di essere scacciato dalla terra ove è nato e cresciuto e alla quale è legato da tenace amore patrio.


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Il ritorno di tutti gli ebrei scacciati, alle loro Patrie d'origine, la fine dell'infamia malvagia e ingiustificabile che perseguita i cittadini e li considera come stranieri per il fatto che sono di religione ebraica, questi gli scopi nobilissimi per cui – in un profondo spirito patriottico e civile - tutti gli israeliti dovrebbero unirsi. Questa è la vera battaglia che deve essere combattuta per l'onore e l'avvenire dei cittadini di religione ebraica. Su quello che è e potrà essere la Palestina ebraica già ci siamo espressi altre volte. Nessuno pensa di voler distruggere ciò che si è edificato anche col consenso e col contributo dell'Italia, e anzi noi auspichiamo – e ne abbiam già dette le ragioni – un intervento più diretto dell'Italia nelle cose di Palestina; ma occorre non dimenticare che in duemila anni gli ebrei in ogni paese hanno dato il loro contributo alla storia e alla civiltà locali e hanno diritto di considerarsi e di essere considerati figli della terra ove son nati.

(da “La nostra Bandiera”, 28 giugno 1934-XII, E. F.)


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Capitolo XIII

Apoliticità

Qualcuno è partito con la lancia in resta contro la “stampa ebraica”; si è dichiarata inutile una stampa ebraica di carattere politico. In sostanza si è voluto riaffermare l'apoliticità dei nostri Enti amministrativi religiosi e di coltura con l'augurio che in avvenire vengano affidati a persone competenti. Non abbiamo elementi sufficienti per giudicare e valutare la competenza degli attuali dirigenti delle nostre Istituzioni. Potremo convenire che in Italia non sia affatto necessaria una stapa di spirito Palestinese. Ma in quanto a spirito politico, i nostri Enti oltrechè funzioni religiose espletano molti altri fini altrettanto nobili e necessari alla vita civile.

Una netta demarcazione fra attività spirituali e le altre esigenze della vita nazionale non è a nostro giudizio possibile. Se questi Enti non vivono nell'Empireo, ma nel nostro mondo, è pur necessario che seguano una determinata via, un preciso atteggiamento.

L'unica direttiva politica, oggi, deve essere la politica fascista. Pretendere di svuotare i nostri Istituti di questa dottrina politica, significa voler ignorare che lo spirito mussoliniano presiede ed inspira in Italia ogni ramo della vita nazionale.

L'attuale ordinamento totalitario dello Stato non significa apoliticità, ma bensì adesione totale all'idea fascista.

Questa voluta apoliticità, quando non maschera altro, denota la presenza di uno spirito che non è più consono ai tempi nostri e che dovrebbe ormai – dopo dodici anni di regime – essere tramontato dinanzi all'eloquenza dei fatti ed anche dinanzi alla ragione. L'essere apolitici può essere comodo per i camaleonti, non certo per le camicie nere che hanno giurato fedeltà all'Italia fascista ed al Duce.

In piena lotta fra le Nazioni – non solo per il primato – ma per le stesse ragioni di vita, di benessere e di potenza dei popoli, essere agnostici vuol dire essere indifferenti a questo meraviglioso fenomeno di un popolo compatto e tenace, quale è il popolo italiano che oggi – agguerrito nelle sue idealità patrie e nei suoi apprestamenti fornitigli dalla forza del Regime – muove decisamente verso una méta di grandezza.

Dunque non apolitici, ma fascisti.

(da “La nostra Bandiera”, 19 luglio 1934-XII, E. F.)


 No.902

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Capitolo XIV

Cavour e gli israeliti

Uno dei più autorevoli giornalisti della nostra epoca – Garvin – ha scritto giorni or sono nell'Observer - a proposito della politica tedesca - che nessuno fra gli uomini veramente grandi della storia è stato antisemita. Fra questi grandi Garvin avrebbe fatto assai bene a citare anche il Conte di Cavour.

1. Il segretario particolare del tessitore

Oggi che sli studi storici sono più che mai in onore - soprattutto per l'impulso fascista dato ad essi da S. E. il Conte Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon – l'attenzione degli studiosi è volta a quel periodo aureo e decisivo della nostra storia che va dal 1821 al 1861 e in essa rifulge l'opera del Tessitore e di quanti ebbero l'onore e la fortuna di collaborare con lui. Fra questi emergono quelli che furono i due segretari del conte, Costantino Nigra e Isacco Artom.

Il Conte di Cavour era senza dubbio un aristocratico al cento per cento; di nobilissima famiglia, educato alla Corte, fu il più genuino rappresentantedi quella magnifica nobiltà piemontese che servì fervidamente la causa dell'unità d'Italia e insieme quella della monarchia di Savoia. Ma questa sua aristocrazia anziché restringere il suo orizzonte ideale e politico od offuscargli una serena visione degli uomini e degli avvenimenti, gli servì di base solida per formarsi un'educazione mentale aperta alle più larghe espressioni, come alle più ardite riforme. Spirito liberale egli fu veramente, poiché se in Italia l'idea politica che si chiamò liberale nel risorgimento e poi degenerò nel parlamentarismo, nella demagogia e nella licenza; se quest'idea liberale ebbe il suo periodo aureo e i suoi grandi assertori, fra questi primeggia indubbiamente e si leva come gigante il Conte di Cavour. Nelle sue riforme giuridiche, sociali ed agrarie, fu antesignano delle più moderne concezioni, come nella politica interna fu rigido tutore dei diritti dello Stato come quelli dei cittadini senza distinzione di fede. E forse per questo egli sentiva nel sangue l'influsso della nonna paterna della famiglia di San Francesco di Sales e quello della madre Adele di Sellon, di famiglia calvinista, imparentata con l'aristocrazia protestante e liberale di Ginevra. Non ultima prova di tali suoi sentimenti fu la scelta di Isacco Artom a suo segretario particolare. Astigiano di nascita, l'Artom, studiando legge in Torino, (nel 1848 si era arruolato appena diciottenne nel battaglione universitario), aveva stretto amicizia col Nigra e col Dina


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2. Una nobile lettera

Dopo sette anni di giornalismo, nel 1950 entrò al Ministero degli esteri. Quivi – notato da Cavour – fu da lui chiamato alla sua segreteria particolare, dove curò specialmente la propaganda italiana nella stampa straniera. Quando Costantino Nigra fu inviato all'ambasciata di Parigi, l'Artom lo sostituì quale segretario presso il Conte di Cavour. Nel periodo culminante e tempestoso della vita di Cavour – dal 1859 ak '61 – Isacco Artom fu costantemente al fianco del grande Ministro e ne fu valido e apprezzato collaboratore. Una sconfinata ammirazione e devozione e insieme una profonda conoscenza dell'uomo legarono l'Artom al Conte di Cavour. Poche note del Conte bastavano all'Artom per interpretarne i pensieri più segreti, e quasi tutto l'importantissimo carteggio Cavour-Nigra, che è essenziale per la storia del nostro Risorgimento, fu scritta dal suo fedele segretario.

Mentre infieriva la lotta politica per le riforme interne proposte dal Cavour, era oggetto di particolare attacco il fatto che il Conte tenesse quale suo segretario particolare un giovane israelita. Questo aveva dato ai nervi a tutta la parte clericale che più osteggiò le riforme proposte dal Cavour. Era portavoce di tale parte il giornale “L'Armonia” mentre “L'Opinione” difendeva l'idea liberale. Ed è appunto su “L'Opinione” del 2 agosto 1860 che il Cavour pubblicò in difesa di Isacco Artom una nobile lettera che – se è ben conosciuta dagli studiosi perchè riprodotta dal Chiala nella sua raccolta – pure merita d'essere portata alla conoscenza di più vaste sfere. Ed ecco la lettera:

“Che “L'Armonia”, nella polemica suscitata dalla mia lettera all'Arcivescovo di Chamberg, segua una scala crescente di contumelie e d'ingiurie sta bene per un giornale che proponga opinioni estreme e blandisce le più ardenti passioni. Ma che per colpire me, scagli basse insinuazioni contro un giovane e distinto impiegato, rimasto del tutto estraneo alle lotte politiche, è ciò che muoverà a sdegno, ne sono certo, gli onesti di tutti i partiti.

Ove poi “L'Armonia” avesse creduto fare un gran colpo palesando un fatto da me voluto tenere segreto, s'inganna a partito. Giacchè non vi son fatti nella mia vita politica di cui maggiormente mi compiaccia, che di aver potuto scegliere a collaboratori intimi ed efficaci nel disimpegno dei negozi più delicati e difficili, prima il signor Costantino Nigra, poscia il signor Isacco Artom, giovani di religione diversa, ma del pari d'ingegno singolare e precoce, di zelo instancabile, di carattere aureo. Questa pubblica testimonianza, ch'io mi credo in debito di rendere al signor Artom, sarà, ne sono certo, confermata da quanti lo conoscono ed in particolar modo dai suoi capi; di cui godè sempre l'intera fiducia e dai suoi colleghi che giustamente lo stimano ed apprezzano.

La pubblica opinione farà giustizia di ignobili attacchi per parte di coloro che rimpiangono i tempi, in cui la diversità di culto bastava per allontanare dai pubblici uffici i giovani più istruiti ed i più capaci.

Gradisca, signor Direttore, gli atti della distinta mia stima”.

F.to: C. CAVOUR


 No.904

3. Parole indimenticabili

È questo un documento che non ha bisogno di commenti e che, ahime!, è oggi di grande attualità di fronte ad avvenimenti che in molti paesi d'Europa ci riportano in pieno Medio Evo. Oh! Gran bontà dei cavalieri antiqui! “Non vi sono fatti nella vita politica, di cui maggiomente mi compiaccia”. Questa la difesa che il Cavour fece del suo devoto segretario, questo il sigillo di grandezza e di vera, profonda nobiltà ch'egli mise alla sua opera politica. E questo suo atteggiamento non era che coerente con quello ch'egli fin dal marzo del 1848 aveva assunto quando proclamato lo Statuto egli aveva proposto l'aperta dichiarazione della libertà di culto. Infatti il 18 maggio 1848 egli aveva scritto sul Risorgimento:”Un principio quale si è quello della libertà dei culti non può essere introdotto nella costituzione di un popolo altamente civile, per via indiretta: deve essere proclamato come una delle basi fondamentali del patto sociale”. Queste parole del Conte di Cavour devono essere ricordate con venerazione dagli israeliti italiani.

Dallo studio del passato, dalla nostra storia, così piena di eventi e di fati, di ostacoli vinti, di difficoltà superate, dobbiamo trarre nuovo alimento di fede per operare, senza riposo, per la nostra Italia, per la quale lottarono, soffrirono e morirono i nostri Maggiori.

(da “La nostra Bandiera”, 2 agosto 1934-XII, E. F. )


 No.1048

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Capitolo XV

Il Conte di Cavour e il suo segretario

A proposito dell'articolo da noi pubblicato nello scorso numero su “Cavour e gli israeliti”, l'avvocato Moise Sinigaglia che ebbe la somma ventura di conoscere il Sen. Artom, Segretario del Conte, ci invia la seguente interessante lettera su l'argomento:

“La lettera del Conte di Cavour pubblicata nel N. 14 di cotesto stimato periodico mi fa ricordare che esiste un'altra lettera del Grande Ministro sul medesimo episodio della vita del Sen. Isacco Artom. Lo seppi dalla viva voce dell'illustre nostro correligionario, or sono quasi cinquant'anni, e se a tanta distanza di tempo ricordo i termini precisi di quella conversazione, gli è che a me, uscito appena allora dall'Università con un'ammirazione sconfinata per il grande costruttore dell'Unità italiana, le parole di chi lo aveva quotidianamente avvicinato partecipando alla sua immane fatica si infliggevano indelebilmente nella memoria.

Dei miei compagni di Università il mio prediletto era un nipote del Senatore Artom, Camillo, un giovane a cui la morte prematura tolse di dare la giusta misura delle sue rare qualità intellettuali. Appassionati entrambi per gli studi sociali, a cui volentieri si volgeva la gioventù, in quei tempi in cui le idee socialiste cominciavano a filtrare nel nostro paese, decidemmo di iscriverci all'Università di Taingen, famosa allora per la cattedra tenuta dal prof. Adolfo Wagner, il teorico del socialismo di stato, il consulente del Principe di Bismark nei provvedimenti con cui il Cancelliere di Ferro cercò di arginare il movimento marxista.

La famiglia Artom desiderosa di conoscere da vicino il giovane con cui il suo Camillo si preparava a far vita in comune, mi invitò a passare qualche giorno in Asti. Conobbi allora il Senatore Isacco ed ebbi con lui parecchie conversazioni durante le quali egli mi raccontò l'inizio della sua carriera in questi termini:

“Stavo dando il mio esame verbale per l'ammissione al Ministero degli Esteri quando il Conte recandosi dall'uno all'altro ufficio viene a passare nella sala degli esami e si sofferma alcuni istanti, mentre parlavo sul tema che mi si era proposto. Assunto al Ministero fui chiamato al Gabinetto del Ministro e alla partenza di Nigra ne presi il posto quale segretario particolare di Cavour. La mia nomina mandò sulle furie L'Armonia, il giornale ultraclericale di Torino che stampò un articolo pieno di contumelie contro il Ministro, colpevole di aver scelto fra tanti impiegati proprio un ebreo. La risposta di Cavour non si fece attendere e fu, come era da aspettarsi, una botta solenne. Lo stesso giorno il Ministro scriveva a Dina, altro ebreo, che dirigeva L'Opinione la seguente lettera:


 No.1049

“L'Armonia” di stamattina mi attacca per la nomina dell'avv. Isacco Artom a mio segretario particolare. La nomina di un segretario particolare non è un atto politico di cui io sia tenuto a render conto. Ma tengo a dichiarare che ho scelto l'avv. Artom non solo perchè lo ritengo capace di fare molto bene nel posto a cui l'ho chiamato, ma perchè avendo per caso assistito al suo esame orale l'ho udito svolgere sui rapporti fra la Chiesa e lo Stato idee che sono proprio identiche alle mie.

E il senatore aggiungeva: il povero Dina morendo mi ha legato il manoscritto di questa lettera. Ricordo più prezioso e più gradito non poteva lasciarmi quel mio carissimo amico”.

Le parole del Conte di Cavour sono il più alto elogio che un giovane potesse desiderare. Ma la sua scelta dimostra quanto giganteggi la figura dell'Uomo di stato italiano in confronto agli omuncoli del razzismo1. E la soluzione data al problema ebraico dall'Uomo che sta rifacendo l'Italia prova ancora una volta che Egli è il degno continuatore di Colui che l'ha fatta”.

Avv. MOISE SINIGAGLIA

(da “La nostra Bandiera”, 9 agosto 1934-XII, E. F.)


 No.1050

>>1049

Capitolo XVI

Due verità

Il “Popolo d'Italia” ha pubblicato nel suo numero del 15 agosto il seguente corsivo:

“Nella vita pratica i poeti non fanno testo. È un vecchio detto proverbiale che merita di essere rinfrescato perchè proprio oggi trova la sua ennesima conferma nella realtà. Precisiamo: il poeta ebreo Bialik, assai pensoso della sorte toccata ai correligionari esuli dalla inospitale Germania, avrebbe voluto che essi trovassero in seno ai fratelli di Tel Aviv un'accoglienza disinteressata e consolante.

Invece…

Invece, secondo le sdegnate parole del medesimo Bialik, in un discorso ch'egli ha pronunciato prima di morire e che troviamo nell'ultimo numero di “Israel”, ”i profughi dalle persecuzioni tedesche sono stati accolti nella Terra Promessa da una coalizione di struttatori”.

Primo pensiero degli israeliti di Tel Aviv, al giungere dei meschini confratelli, è stato quello di “aumentare le pigioni delle case”.

Subito dopo, l'aumento è stato esteso “ai prezzi delle cibarie e delle suppellettili di prima necessità”. “Come abbiamo accolto noi i fuggiaschi dalle persecuzioni?” domanda Bialik; e risponde: “ Sottraendo ai nuovi venuti i loro ultimi soldi”.

Ecco un altro luogo comune che crolla: quello della solidarietà razziale fra ebrei”.


 No.1051

>>1050

I vari scrittorucoli che ogni tanto cianciano sulla pretesa solidarietà razziale tra gli ebrei e parlano di un'internazionale ebraica, sono invitati a prendere nota di quanto scrive l'autorevole tribuna del Fascismo: la solidarietà tra gli ebrei non è che un luogo comune. Con questo non intendiamo dire che non esista una solidarietà spirituale tra coloro che credono ed osservano la Legge di Mosé. Ma confondere questa solidarietà spirituale – che in circostanze particolari (come, ad esempio, verificandosi pogrom e vessazioni di correligionari) può anche, anzi deve manifestarsi tangibilmente – scambiare, ripetiamo, questa solidarietà spirituale per un legame superiore ai sentimenti patriottici significa o non aver capito nulla dell'anima ebraica oppure di non badare a mezzi, compreso quello di coprire la verità, pur di fare dell'antisemitismo.

Le parole del poeta Bialik, riportate dal “Popolo d'Italia”, debbono inoltre far aprire gli occhi a quei nostri correligionari che ancora credessero che la convivenza di israeliti di tutte le nazionalità in un solo stato sia la cosa più pacifica di questo mondo e la più facile a concretarsi. Premesso – e lo abbiamo più volte affermato - che “indietro non si torna” e che una colonia ebraica indipendente, come quella esistente, riconosciuta anche dal nostro Governo, si rende necessaria e se non esistesse bisognerebbe fondarla per ospitare i correligionari vessati nella loro Patria e costretti ad allontanarsi dalla terra dove sono nati e dove riposano i loro cari; fatta questa premessa, invitiamo i sionisti al cento per cento – italiani e non italiani – a immaginare che cosa sarebbe il nuovo regno di Sion se il loro programma potesse realizzarsi. A parte l'incombente pericolo arabo, il nuovo Stato non sarebbe che un'accolta di persone di diverse mentalità, temperamenti, abitudini, modi di vedere e di vita che la comune fede religiosa non potrebbe amalgamare.

Concludendo: la solidarietà razziale degli ebrei è un luogo comune crollato e a seppellirlo è stato il giornale della Rivoluzione fondato dal Duce; il ritorno a Sion, invocato nelle preghiere non può essere, nonè che un ritorno puramente spirituale.

(da “La nostra Bandiera”, 23 agosto 1934-XII, E. F.)


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tra l'altro bialik è stato quello che ha scritto questa.

chiaramente un'uomo che aveva profonda stima per i gentili.


 No.1591

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Capitolo XVII

I Marchesi d'Azeglio e l'emancipazione degli israelitica

La cortesia di un amico mi ha donato un aureo libretto: Dell'emancipazione civile degli Israeliti di Massimo d'Azeglio, edito a Firenze nel 1848. sulla prima pagina dell'opuscolo vi è la dedica autografa:

“Al chiarissimo amico Abate Vincenzo Gioberti, l'autore”

1. Monito di un Quadrunviro

Il Gioberti, fin dal 1840 nell'introduzione allo studio della filosofia e in seguito nel Primato aveva propugnata la stessa nobile causa che in Giacomo Dina, nei deputati Brofferio e Valerio aveva i suoi validi sostenitori. Ma nulla si sarebbe ottenuto senza l'opera generosa e sagace dei fratelli Massimo e Roberto d'Azeglio che per la loro posizione nel mondo politico, e alla Corte Albertina, furono i più ferventi sostenitori della causa degli “sventurati israeliti” come li chiamò il figlio di Roberto, Emanuele. Gli israeliti italiani devono con reverenza ricordare queste grandi figure del Risorgimento Italiano che mentre tutto diedero alla grandezza della Patria, ascoltarono la voce degli oppressi e dei perseguitati. È davvero sconcertante constatare come da alcuni si fa la storia. Ad esempio il prof. Francesco Lemmi dell'Università di Torino, non ha creduto bene di ricordare nel capitolo da lui dedicato a Roberto d'Azeglio nell'Enciclopedia Treccani, quanto questi ha operato per la causa degli Israeliti e dei Valdesi, e con quale successo…forse il Lemmi non ritiene che questo fatto torni ad onore della memoria del valoroso Marchese? Oppure lo considera d'importanza secondaria? - Eppure perfino Vincenzo Gioberti nell'apologia del Gesuita Moderno, fa a sua volta l'apologia dei Marchesi d'Azeglio appunto per questo loro atteggiamento verso i Valdesi e gli Israeliti. Certi lati della storia non vanno trascurati. È bene a questo proposito ricordare quanto ha scritto S. E. il Conte C. M. De Vecchi di Val Cismon nel suo studio su Don Bosco e Giovanni Lanza:

“Se anziché essere, come siamo, dei fascisti, appartenessimo a qualsiasi formazione politica del passato, avremmo dei pregiudizi contro la religione, o contro il clero, o contro la Chiesa, o contro lo Stato, o contro la generazione del Risorgimento che, da tutte le provenienze, confluì alla unità e per questa alla conquista di Roma, la quale fu assai più un atto di volontà di tutto un popolo che non azione militare o politica risolutiva. Essendo fascisti possiamo amare Don Bosco, o Pio IX, come Garibaldi, Cavour, o Mazzini; perchè di tutti con libero cuore possiamo riconoscere l'apporto alla storia che si è chiusa, dopo, una non lodevole decadenza in tutte le correnti generate dal Risorgimento, con la Marcia su Roma; la quale col 28 ottobre del 1922 apre un'epoca nuova: l'epoca di Mussolini”.


 No.1592

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2. Una preziosa lettera

È da augurare che tutti - e anche i professori d'Università – facciano tesoro di queste parole quando scrivono di argomenti storici o biografici. Mentre la vita e l'opera di Massimo d'Azeglio, scrittore, pittore, statista, sono ben note, uguale fortuna non ha avuto il fratello Roberto. Eppure i due vissero e operarono uniti, e anche il minor fratello per la sua attività politica, artistica e civile, merita un posto notevole nella storia del nostro Risorgimento. È preziosa – a questo proposito – la lettura del volume di Adolfo Colombo – sui Carteggi e documenti diplomatici inediti di Emanuele d'Azeglio.

Nel 1814 Roberto d'Azeglio aveva sposato Costanza Alfieri di Sostegno. Due insigni famiglie piemontesi si legarono. Fu un matrimonio felice: naquero nel 1815 Melania, nel 1816 Emanuele, tenuto al fonte battesimale da Vittorio Emanuele I e da Maria Teresa.

Con Emanuele doveva spegnersi, per sventura, la nobilissima casata. Educato con amore dagli illustri genitori, Emanuele d'Azeglio intraprese la carriera diplomatica, dove rese al Regno Sardo, e alla causa italiana molti segnalati servizi. Il suo carteggio pubblicato dal Colombo è per la storia del Risorgimento di una grandissima importanza. È curioso constatare come un destino storico giuochi al disopra di tutte le convenzioni, le educazioni, i caratteri, sempre per un filo conduttore che tutto sovrasta e tutto soggioga.

3. Per la Patria

I d'Azeglio erano di famiglia religiosissima, anzi oggi si direbbe codina. Il padre, Cesare, la madre Morozzo di Bianzè, erano di principii rigidissimi. Un terzo loro figlio – Prospero – era padre gesuita. Eppure anch'essi, come Re Carlo Alberto piegarono la loro coscienza religiosa di fronte allae necessità della Patria; e Massimo e Roberto difesero le leggi e le prerogative dello Stato con inflessibile carattere, e non esitarono di fronte ai più severi provvedimenti.

Roberto d'Azeglio nel dicembre del 1820 aveva giurato fedeltà alla”Federazione Italiana” che era allora l'organizzazione dei Carbonari.

Presentato dall'avv. Luigi Pollone in casa del banchiere Muschietti egli si era impegnato di fronte al Presidente avv. Gastone di sacrificare vita e sostanze per liberare l'Italia e darle una costituzione. Da allora Roberto fu uno dei capi del movimento liberale e ne fu prezioso e validissimo appoggio.

Benvoluto da Re Carlo Alberto, del quale godè l'intera fiducia, egli ebbe sull'animo talvolta incerto e perplesso del Sovrano, titubante fra l'interesse dello Stato e le sue convinzioni, una benefica influenza, e sovente intervenne in modo decisivo in momenti importanti e delicati. Nella sua gioventù era stato a Parigi mentre splendeva l'astro di Napoleone. Si era nutrito delle idee nuove della riforma sociale e politica. Nella rivoluzione infelice del 1821 ebbe viva parte e dovette quindi recarsi in esilio fino al 1826. a Parigi s'incontrò con Carlo Alberto, inviatovi da Carlo Felice e gli riaffermò i suoi sentimenti patrii.

Rientrato in Italia si dedicò all'educazione del figlio e all'arte che molto amava.

Salito al trono Re Carlo Alberto, Roberto divenne uno degli intimi e dei consiglieri del Re. Il figlio Emanuele inviato a Londra sostenne nella difficile lotta diplomatica una parte importante.

Nel 1848, scoppiata la guerra, Roberto viene nominato Capo di Stato Maggiore del Duca di Savoia, Vittorio Emanuele. Ma Re Carlo Alberto, anziché lasciarlo partire per il campo lo trattiene a Torino ove gli affida il compito di vigilare sulla cosa pubblica. Grandi erano la stima e la popolarità sua nel popolo torinese, e su questo il Re contava per ogni evenienza. Fin dal 2 ottobre 1817 appena promulgate le prime riforme in materia religiosa, il Marchese Roberto si era recato dal Re per dichiarargli che considerava una sacra missione il lavorare con ogni possa all'emancipazione dei Valdesi e degli Israeliti.


 No.1593

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4. Suppliche al Re

Porta la data del 16 novembre 1847 la circolare che egli diresse ai Vescovi del Regno per chiedere loro appoggio e quella del 23 dicembre la supplica con firma di 600 cittadini al Re per l'emancipazione. Primi firmatari sono: Roberto d'Azeglio, Camillo Cavour, Cesare Balbo, Pellion di Persano, G. A. Reyneri, Goffredo Casalis. Secondo il calcolo fatto dal Muston (L'Israel des Alpes – Histoire des Vaudois en Piémont, IV, pag. 240, nota), la supplica portava i nomi di 33 professori, 65 membri del clero, preti, teologi o parroci, 80 avvocati, 14 notai, artisti, negozianti, cittadini di ogni condizione, ecc. Primo giornale a renderla nota fu la “Presse” di Parigi del 20 dicembre (cfr. la nota della Concordia del 3 gennaio 1848 ad un articolo nobilissimo del d'Azeglio sull'emancipazione), poi la “Patria” di Firenze ed infine il “Risorgimento” (cfr. “Risorgimento”, 5 gennaio '48). la circolare ai vescovi, la supplica al Re, e quattro risposte di vescovi a Roberto d'Azeglio, quelle cioè del vescovo di Biella, Monsignor Losana, favorevole, del vescovo di Pinerolo, Monsignor Charvaz, consigliante il differimento della questione, del vescovo di Ivrea, Monsignor Moreno, dubbiosa, e quella di Monsignor Biale, vescovo d'Albenga, contraria, si possono legger nel libro di Amedeo Bert: I Valdesi, ossia i Cristiano-cattolici secondo la Chiesa primitiva abitanti le sei dette Valli di Piemonte, Torino 1849, Giannini e Fiore.

L'operosità di Roberto d'Azeglio per raggiungere il suo intento fu instancabile: agitò l'idea nei banchetti cittadini, nei giornali, nella Corte. Nobilissime le parole sue nella “Concordia” del 3 gennaio nel “Risorgimento del 22 febbraio, nella “Concordia” dell'1 aprile.

5. L'appoggio di Massimo

L'emancipazione ebbe fieri avversari ed ardenti fautori. Vescovi piemontesi e liguri inviarono contro di essa una protesta al Re a proposito della quale scriveva Massimo d'Azeglio al Farini il 25 gennaio: ”Ho lettera di Roberto che è in collera coi nostri vescovi e la loro supplica contro gli Ebrei (Rava, Epistolario di L. C. Farini, II, pag. 62- 63). Vincenzo Gioberti a proposito di un libretto di un Don Bertetti contro l'emancipazione degli Israeliti e dei Valdesi scriveva in una lettera a Roberto d'Azeglio pubblicata nella “Concordia” del 7 gennaio:” Io tengo la causa degli Israeliti e dei Valdesi non solo per giusta ma per sacra, e feci la mia pubblica professione di fede sin da quando scrissi il Primato. Lessi oggi la lettera del prete Bertetti. Che ne dice? Io risi, tanto che la mia testa, non ancora ben guarita dall'emicrania, se ne risentì…”. Propugnarono invece la causa dei protestanti presso Carlo Alberto, Sir Abercromby, plenipotenziario britannico a Torino, e l'ambasciatore Prussiano Conte di Roedern; ne fu ardente apostolo il pastore Amedeo Bert; fervidi propagandisti dell'emancipazione israelitica furono il rabbino Lelio Cantoni e Giacomo Dina. Caratteristici sono i messaggi che il rabbino Cantoni inviava alla Comunità di Casale nel febbraio dopo che egli presentò a Carlo Alberto un nuovo indirizzo:” Vidi oggi il Sovrano: m'ascoltò taciturno: il colloquio durò venti minuti. Congedandomi mi disse che studierà la questione. - Parlai col Marchese Roberto; informate le comunità monferrine che egli mi disse di avere da Corte buone speranze”. (Raffaele Ottolenghi, Prodromi della Emancipazione Istraelitica in “XIX marzo”, numero unico a ricordo della emancipazione israelitica pubblicata per cura di un Comitato di studenti, 29 marzo 1898 – Torino).


 No.1594

>>1593

L'emancipazione dei Valdesi fu accordata con lettere patenti del 17 febbraio. Grandi furono le manifestazioni di gioia dei Valdesi che nella festa patriottica del 27 febbraio ebbero nel corteo la precedenza sulle 60 corporazioni della capitale e portarono a Roberto D'Azeglio poiché lo trasmettesse al Re un gonfalone di velluto con le armi ricamate in argento con la scritta:” A Carlo Alberto, I Valdesi riconoscenti”, gonfalone che si conserva ancora nell'Armeria Reale.

La stessa sera del 27 febbraio grandi furono le ovazioni fatte dai Valdesi al nome di Roberto D'Azeglio davanti al palazzo suo.

L'emancipazione degli Israeliti fu accordata col decreto di Voghera il 29 marzo. Ad essa contribuì pure il Marchese Vincenzo Ricci, ministro degli affari interni, con una relazione a Carlo Alberto del 22 marzo perchè ammettesse i diritti civili degli istraeliti. (Donaver, Il Marchese Vincenzo Ricci in “Rassegna Nazionale”, 1 agosto e 1 dicembre 1898). Grandiose furono le dimostrazioni di riconoscenza date dagli Israeliti a Roberto D'Azeglio. Scriveva Costanza D'Azeglio al figlio il 2 aprile (Souvenirs,p.221):” Les Israélites on été émancipés. Ton pére ne peut plus passer devant le Ghetto à cause des ovations. Ceux qui se sont entrolés se conduisent à merveille…”. Nei primi d'aprile una delegazione israelitica si presentò a Roberto D'Azeglio per rassegnargli un indirizzo dei due comitati del Piemonte e del Monferrato e la deliberazione di fargli coniare una medaglia in oro colla sue effige, che prima fu per modestia rifiutata, poi, per le insistenze della Deputazione, accolta.

6. Uno spirito eletto

Tutte queste notizie raccolte da Adolfo Colombo nel citato volume gettano viva luce su di un periodo assai interessante del Risorgimento e decisivo per le sorti degli israeliti italiani. Roberto D'Azeglio meriterebbe di avere il suo nome ricordato sul marmo in tutti i Templi israelitici d'Italia. Mai più nobile eletto spirito comprese e difese le necessità spirituali e di vita di una parte allora oppressa del popolo italiano. Vicino a lui vi era il Conte di Cavour che temprava le penne d'aquila per il suo volo, vi erano tutti i migliori spiriti del tempo. E l'Abata Vincenzo Gioberti scriveva:

“Beata la società cristiana, se tutte le classi che la compongono fossero così gentili e atte alla vita civile come non pochi degli istraeliti”.(Apologia del Gesuita Moderno, pp. 112-13).

Così entrava compiutamente, animata dal soffio del suo genio, dallo splendore della sua storia, dalla sua perfetta bellezza entrava nel cuore degli Israeliti piemontesi l'immagine augusta della Patria. Per essa s'apprestavano a lottare e a morire, per essa fattasi Madre amorevole di tutti i suoi figli.

L'opera del Conte di Cavour, e l'unità d'Italia dovavano in seguito estendere a tutti gli israeliti italiani il nuovo regime di libertà e, finalmente dopo il 1870, anche gli ebrei che vivevano nelig Stati dela Chiesa, in situazione assai grave e precaria, furono liberati. Coincise in tal modo il processo politico e storico del Risorgimento unitario con l'emancipazione civile degli israeliti italiani. E di tale somma ventura ben si resero conto i nostri correligionari che vissero dal 1848 ad oggi all'unisono con l'anima della Nazione. Nell'ultima guerra come in quelle del Risorgimento, le generazioni d'Italia hanno fatto il loro dovere; così farà il suo dovere la generazione del Fascismo che ricorda i sacrifici del passato, e vede nella tutela equanime di tutti i cittadini la méta suprema della giustizia fascista.

(da “La nostra Bandiera”, 30 agosto 1934- XII, E. F. )


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Capitolo XVIII

I doveri degli israeliti verso la Patria

Il comm. Giacomo Prato ci ha inviato alcune interessanti conferenze tenute dal suo compianto genitore cav. uff. Raffaele Prato che , nato nel 1856 e scomparso settantenne nel 1927, vide gli eventi più gloriosi e grandiosi del Risorgimento, il progressivo unificarsi del Paese, l'assurgere a potenza sempre maggiore dello Stato, cui, nella sua qualità di funzionario del Ministero della Guerra, dette silenzioso, ma fattivo contributo di lavoro e d'intelligenza. Il dott. Prato cooperatore della fondazione dell'Ospizio Israelitico di Firenze, membro del Collegio Rabbinico Italiano, e per molti anni consigliere della Comunità Israelitica di Roma, ebbe sempre massimamente a cuore tutto ciò che riguardava l'elevazione spirituale, culturare e morale dei suoi correligionari; al caldissimo amor della Patria accoppiò sempre il culto dell'origine di cui era fiero; sentimenti questi che, con gli affetti familiari, furono l'intima poesia della sua lunga ed integra vita.

Riproduciamo dalla conferenza “Esodo” una parte nella quale sono esaminati i doveri degli israeliti verso la Patria.

Nella penosa carriera dell'umanità, allorquando un popolo oppresso si riscuote come da un grave sonno, e dalle notti di dolore si desta al sorger di un'alba novella che gli addita liberi sentieri, se un Genio viene a guidarne il benefico movimento è segno evidente che la stessa Provvidenza lo ispira e lo seconda; se poi questo Genio, oltre alla libertà e civiltà abbraccia pure la religione e dominando gli eventi li sa predisporre, li sa svolgere al conseguimento d'indipendenza e di moralità, chi oserà mai contrastargli benemerenza tale, da rendere la sua memoria imperitura?

È dovere quindi riconoscere che gratitudine e ricordanza eterna spettano al Campione degli avvenimenti la cui ricorrenza oggi solennizziamo!

1. Universalità del pensiero mosaico

Monarchi potenti, filosofi insigni, prodi strateghi, capitani, condottieri di grande esperienza ed illustri tanto da sembrare leggendari, tramandarono dai più remoti tempi la fama loro fino a noi, ma nessuno ha potuto eguagliare il grande, il divino Mosè.

Pensatore profondo, legislatore incomparabile, come incomparabile fu la sua modestia. Dal suo pensiero scaturì l'alimento intellettuale per l'umanità civilizzata; dall'opera sua il più grande edificio al quale ancora il mondo s'inchina reverente e costante.

Più di trenta secoli sono passati ed i raggi di quella gloria immortale rifulgono sempre dello stesso splendore intorno al profeta, al legislatore, al saggio e prudente condottiero.

Nessun libro fu mai considerato di tanta importanza nella storia della letteratura ed in quella dello sviluppo sociale e dell'intelligenza in generale quanto la Bibbia!… Nessun'opera come la Bibbia ha meritato tanto di esser l'oggetto di studi profondi dei più insigni filosofi.


 No.1596

Il pensiero umano da più diecine di secoli si affatica nello studio di questo gran libro, il quale ha permanentemente esercitato autorità e prestigio immenso su numero stragrande di persone, che in oggi si può fare ammontare a più di quattrocento milioni senza contare i centocinquanta milioni che professano l'Islamismo.

L'insieme di questo libro appartiene ad undici secoli dal 1400 al '500 avanti l'era volgare, cioè da Mosè a Malachia, che alcuni pretenderebbero fosse lo steso Neemia, opinione però combattuta dai Talmudisti i quali sostengono non essere Malachia confondibile, né con Esdra, né con Neemia, né con Mardocheo come altri vorrebbero far credere.

È cosa ormai provata che al pari degli individui accade delle opere; quanto più sono grandi ed importanti, tanto più la critica se ne impadronisce, e quindi è avvenuto che da centinaia di lustri, autori ed autori si sono succeduti per esaltare o per denigrare questo capolavoro meraviglioso, offrendo materia ai più disparati apprezzamenti, e creando sistemi diversi e confessioni in numero grandissimo le quali, pur accettando il libro a maestro comune, sono fra loro opposte e fors'anco nemiche.

2. “Amerai il tuo simile…”

Non è qui il momento opportuno di fare uno studio sulle questioni generali che dagli eruditi furono svolte in merito all'intero corpo della Bibbia, né su quanto fu scritto sull'autenticità di alcuni dei singoli libri, o sulle ragioni che si addussero per dichiararne altri apocrifi, o perduti come a mo' d'esempio il libro delle battaglie del Signore “Sefer Milcamod Adonai”, il libro del diritto “Sefer aiasciar” citato in Giosuè, cap. 10,v. 13, ed in Samuele 2, cap.1, v. 19.

Giovami soltanto notare che fra i moderni scrittori la critica si è maggiormente affannata per togliere la paternità assoluta del Pentateuco a Mosè, mirando a provare che il vero coordinatore ne fu il sacerdote Elchia, il quale, indignato per il disordine religioso che, per quanto leggermente diminuito, era sempre tale da porre a grave cimento il Giudaismo minacciato dall'idolatria sempre invadente, pendò con un pietoso quanto nobile espediente di far rivivere quel “Sefer Attorà” che il grande Profeta prima di cedere il potere a Giosuè aveva fatto porre nell'arca.

Dai molti frammenti contenuti in questo libro Elchia avrebbe tratto il Pentateuco, e poscia, d'accordo col re Giosia, col profeta Geremia, con la profetessa Holda ed'altri, lo avrebbe presentato al popolo, il quale da un lato entusiasmato nel sentirsi leggere così bel lavoro, dall'altro atterrito per i terribili castighi minacciati in tal libro contro coloro che avrebbero abbandonato le vie del Signore, riaffermò la legge Mosaica, ritornando alla religione degli antenati, credenti nel vero Dio d'Israele.

Mosè realizzò meravigliosamente la sua portentosa idea a dispetto dei sacerdoti allora più influenti dei monarchi che, vinti dall'evidenza, dovettero riconoscere la loro inferiorità innanzi alla potenza del Dio d'Israele


 No.1597

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Fu Mosè, che, padrone dei misteri sacerdotali, divenne, per volontà dell'Onnipotente, intermediario fra Dio e popolo, del quale preparò ed effettuò la liberazione. Fu Mosè, che per ben quarant'anni, educando questo popolo alle più sane dottrine, lo portò alla conoscenza dell'unità di Dio, cioè al Monoteismo, dotandolo di un codice che civilmente, militarmente, politicamente, empie tuttora di stupore il mondo, perchè appoggiato sulla giustizia, sull'amore del prossimo senza distinzione di culto, né di casta, ne di nazionalità. “Amerai il tuo simile come te stesso” (Levit. Cap 19-18).

Fu Mosè, infine, che percorrendo i tempi in modo veramente meraviglioso, potè essere il primo a proclamare quegli stessi principii di uguaglianza che, molti e molti secoli dopo, dovevano essere riconosciuti come principali cardini della civiltà moderna. “Nessuna differenza deve passare fra te e lo straniero che devi amare come te stesso” ( Levit. Cap. 19-34).

Questo codice che anch'oggi primeggia fra tutti, questo codice da cui eminentemente traspirano i sentimenti di carità, di pace, di pietà e perfino di bene inteso socialismo, questo codice dico: è apprezato da noi, quanti lo fu sempre dai più grandi filosofi?…

Purtroppo no! Né lo può essere, perchè non si studia, perchè la nostra gioventù, per erronea interpretazione di ciò che significa progresso, sembra si vergogni di confessare la propria condizione religiosa, dando così buon punto a coloro che mirando a sinistri scopi si affannano per far rivivere passioni degne dei tempi medioevali, ma non ammissibili nella civiltà moderna.

Non dissimuliamolo, a chi da qualche tempo abbia considerato e seguiti i fenomeni sociali, non possono essere sfuggiti certi sintomi, che non nell'Italia nostra, ma in altre parti,accennano al risveglio di un'agitazione, non promossa come in tempi andati da fanatismo religioso, ma da interesse; non da convinzione, ma da convenienza; non da fede, ma da sete di perturbamenti sociali.

3. Intensificare la cultura

A cotale agitazione non può farsi argine, né con la viltà di chi si trae indietro, né con l'ignoranza dei nostri principii religiosi, né con la malintesa riluttanza a proclamarsi Ebreo, ma con la sicurtà, di forte coscienza, col conoscimento esatto della propria condizione, del proprio essere, del proprio dovere, del proprio diritto, col porsi insomma in grado di fare emergere il vero, a confutazione di maligne insinuazioni.

Da ciò adunque la necessità urgente d'illuminare il più possibile la nascente generazione, su quanto di splendido, di sublime, di divino, racchiude la legge Mosaica, perchè ognuno si convinca, che chi osserva i cardini principli di tal legge e seguen le massime salutari tramandateci dai nostri grandi dottori, può a testa alta sentirsi e nella famiglia, enella società, e verso la patria, pari ad ogni altro buon cittadino.

L'obbligo nell'ebreo anche per religione di riguardare il paese dove è nato come sua patria e di adempiere ad ogni dovere di buon cittadino, fu pure riconosciuto e proclamato solennemente dal grande Sinedrio composto di circa centocinquanta fra eminenti Rabbini, e notabili israeliti, convocato a Parigi per ordine del primo Napoleone, nel febbraio 1807.

La grande rivoluzione sullo scorcio dello scorso secolo precorrendo i tempi aveva proclamato il sacrosanto principio di eguaglianza, ma i pregiudizi da un lato, l'ignoranza dall'altro avevano creato una corrente ostile a che si conferissero prima, e poi si mantenessero agli Ebrei, tutti i diritti politici e civili. Dai fanatici contrari si gridava che la Francia non avrebbe dovuto annoverare gli Ebrei tra i suoi figli, perchè, secondo loro, per religione non potevano riconoscere altra patria all'infuori di quella vagheggiata dai propri antenati e quindi non sarebbero stati mai buoni cittadini.


 No.1598

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4. Il congresso di parigi

La stampa si occupò di tale questione con polemiche, che se nei primi tempi furono tenute in cerchia ristretta dagli entusiasmi popolari e dalle vicende politiche, andarono poi allargandosi fintanto che intervenne il grande Napoleone il quale, volendo far cessare ogni screzio, ordinò con Decreto Imperiale emanato a Saint-Cloud in data 30 maggio 1806, che i Rabbini e gli Ebrei i più distinti per lumi, per cultura e probità, sudditi francesi, fossero convocati a congresso per discutere quelle questioni che dal Governo sarebbero state loro presentate allo scopo di definire e conciliare gli obblighi religiosi degli Ebrei con i loro doveri di cittadini.

Il 29 luglio 1806 il Consesso a cui presero parte Rabbini e notabili in gran numero inaugurò a Parigi i suoi lavori con grande solennità e con splendidi discorsi inspirati a sentimenti del più nobile patriottismo.- A questa prima radunanza intervennero pure Commissari imperiali i quali, a nome del Governo, consegnarono al presidente Furtado dodici questioni fra cui la seguente:

Gli ebrei nati in Francia, e dalla legge trattati come cittadini francesi, riguardano essi la Francia come loro patria? - Sono essi obbligati a difenderla? Sono tenuti ad obbedire alle leggi e ad osservare le disposizioni del codice civile?

Lo spazio ristretto che qui ne è consentito non mi permette di riportare i bellissimi discorsi che furono pronunziati nella seduta in cui fu svolta questa questione, e quindi mi limito a riportare l'ordine del giorno approvato ad unanimità, del quale luminosamente risulta che l'Ebreo ha il dovere di essere buon cittadino, anco per gli obblighi impostigli dalla sua religione.

Il gran Sinedrio, penetrato dell'utilità che deve risultare per gli Israeliti da una dichiarazione autentica che fissi e determini le loro obbligazioni come membri dello Stato a cui appartengono e volendo che nessuno ignori quali sono a questo proposito i principi che i dottori della legge ed i notabili d'Israele professano e prescrivono ai loro correligionari nei paesi in cui non sono esclusi da tutti i vantaggi della società civile, specialmente in Francia e nel Regno d'Italia.

Dichiara che è dovere religioso per ogni Israelita nato ed allevato in uno Stato e che ne diviene cittadino per effetto di residenza od altrimenti, conformemente alle leggi che ne determinano le condizioni, di riguardare il detto Stato come la sua patria.

Che questi doveri che derivano dalla natura delle cose, che sono conformi alla destinazione degli uomini in società, si accordano anco con la parola di Dio.

Daniele dice a Dario, che non è stato salvato dal furore dei leoni che per esser stato fedele al suo Dio ed al suo Re. (cap. 6, v. 23).

Geremia raccomanda a tutti gli ebrei di riguardare Babilonia come loro patria: Concorrete con tutte le vostre forze, egli dice, alla felicità del paese ove vivete (Ger., cap. 5).

Nello stesso libro si legge il giuramento che Ghedalia fece prestare agli Israeliti: ” non abbiate alcun timore a servire i Caldei, egli dice; dimorate nel loro paese; state fedeli al Re di Babilonia, e vivrete felicemente”. (Ibid, cap. 40, v. 9).

Temi Dio ed il tuo Sovrano, ha detto Salomone (Prov., cap. 24, v. 21).

Tutto quindi prescrive all'Israelita di avere per il suo Principe e per le sue leggi, il rispetto, l'attaccamento, e la fedeltà il di cui tributo gli debbono tutti i suoi sudditi.

L'ebreo è obbligato a non isolare il suo interesse dall'interesse pubblico, né il suo destino, come quello della sua famiglia, dal destino della grande famiglia dello Stato; egli deve essere afflitto dei suoi rovesci, allietato dai suoi trionfi, e concorrere con tutte le sue facoltà alla felicità dei suoi cittadini.

In conseguenza il grande Sinedrio stabilisce che ogni Israelita nato ed educato in Francia o nel Regno d'Italia è obbligato religiosamente di riguardare i detti paesi come patrira propria, di servirla, di difenderla, di obbedire alle leggi e di conformarsi in tutto e per tutto alle disposizioni del codice civile.

(da “La nostra Bandiera”, 27 settembre 1934- XII, E. F. )


 No.1599

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Capitolo XIX

Unità spirituale

Il fattore religioso assume nel quadro politico una notevole importanza, ed è elemento fondamentale di coesione dello spirito di un popolo. Fu appunto questo uno dei motivi essenziali dell'azione politica del Fascismo e del suo capo, che volle, nella Costituzione e nell'esaltazione della fede, cementare l'unione spirituale del popolo italiano. Nessuna Nazione è più adatta dell'Italia per questa azione ideale, poiché – in contrasto con altre grandi Nazioni europee la quasi totalità della popolazione italiana è di religione cattolica apostolica romana. Questa unità costituisce senza alcun dubbio una grande forza nazionale. I contrasti e le rivalità religiose sono sempre stati perniciosi e fatali alla nazioni, e sovente ne hanno minato la prosperità, l'avvenire e la stessa compagine politica nazionale. Il dramma dell'Irlanda cattolica si svolge ancora di fronte ai nostri occhi. Per questo il Duce nella sua grande opera di consolidamento e di valorizzazionne valutò nella sua giusta importanza quanto valga il blocco degli animi guidati da un'unica fiamma spirituale.

Oggi se noi contempliamo l'esempio di un popolo che crede nell'avita fede e affolla i templi dove il suo genio ha creato i più sublimi capolavori dell'arte, dobbiamo riconoscere la grandezza umana e civile di questo omaggio spirituale che non è altro che la manifestazione di una imperiosa aspirazione della nostra coscienza, di una nostra necessità di misticismo e di sentire talvolta al di là di questa vita terrena le superne regioni della divina giustizia. Di fronte a questa unità, il quesito che si pone alla coscienza degli italiani di fede acattolica e di sicura fede patria è il seguente: può avere nel quadro della vita nazionale una propria funzione, una minoranza religiosa che aspiri a vivere in piena fusione di spirito con tutto il popolo italiano?

Questo quesito è già stato risolto dai fatti in senso affermativo e cioè dalla constatazione che questa fusione esiste e che gli acattolici formano una cosa sola con tutto il popolo. È piuttosto questo l'interrogativo che si pone nella coscienza dei singoli e che ognuno può risolvere secondo le proprie tendenze e il proprio carattere. Noi siamo profondamente convinti che non solo le minoranza religiose hanno in Italia ragione di vita, ma che esse possono avere una benefica azione in seno alla Nazione, alla condizione che ne venga rispettata e difesa l'unità spirituale. Questo è, a nostro avviso, il concetto informatore della legislazione fascista in materia religiosa, Occorre esaminare i provvedimenti legislativi e le modificazioni ai Codici, attuate dal Regime partendo da questa giusta base. Parità assoluta dei cittadini di fronte allo Stato, senza distinzione di fede; riconoscimento del blocco omogeneo e quasi totalitario della religione dello Stato; armonica fusione degli spiriti e rispetto di tutte le fedi, nel quadro del superiore interesse nazionale. Non Stato confessionale, ma Stato leale, che non può ignorare la realtà ma che può disciplinarla e riconoscerla pur conservando le sue prerogative sovrane.

Attraverso la nostra storia dagli albori del medioevo alla conflagrazione del 1915 e fino ad oggi, si può riconoscere la indistruttibile fedeltà degli israeliti italiani alla grande Madre. Né persecuzioni di Principi né l'intolleranza di Chiese, giunsero mai a piegare questo fiero sentimento unitario che viene dalle radici del nostro essere, che ci è dettato dalla nostra stessa religione, e che nessuna propaganda potrà mai incrinare, né svellere.

(da “La nostra Bandiera”, 4 ottobre 1934-XII, E. F. )


 No.1600

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Capitolo XX

La funzione di una minoranza

Nel precendente articolo abbiamo affermato che gli israeliti italiani – quale minoranza religiosa – possono svolgere una funzione utile alla Nazione, inquadrandosi perfettamente nella vita nazionale quel è oggi creata e potenziata dal Fascismo. Riteniamo ora necessario di spiegare più ampiamente quale sia – a nostro modesto avviso – questa funzione e dove essa possa rendere alla Nazione preziosi servizi.

Dal punto di vista religioso, l'Ebraismo costituisce il ceppo primitivo del Cattolicesimo, come il Pentateuco è la base della bibbia e delle religioni cristiane. Se il Cristianesimo costituisce un imponente e maestoso monumento, la base di questo è formata dall'Ebraismo al quale è indissolubilemente legato. Può quindi coesistere, accanto alla massa cattolica, una minoranza che ne testimonia l'origine e rappresenta l'idea dalla quale essa è sorta. Dal punto di vista sociale secolari tradizioni hanno scolpito nel carattere e nell'animo degli israeliti italiani alcune fondamentali qualità intellettuali e morali che li rendono preziosi elementi della vita sociale.

A parte la ben conosciuta abilità e tenacità economica, qualità sorte e affinatesi nelle secolari limitazioni delle loro attività, la storia può dimostrare come abbiano prodotto fenomeni di decadenza generale tutti i provvedimenti presi per eliminare l'attività degli israeliti dalla vita nazionale.

Dal punto di vista politico, si rimprovera agli israeliti la voro eccessiva tenerezza per le teorie più avanzate, mentre nello stesso tempo si incolpano gli stessi di trattenere nelle loro mani gran parte dell'attività capitalistica.

La contraddizione delle due accuse non è altro che il prodotto di due fatti. La mentalità ebraica è portata a desiderare il benessere di tutti e il sollievo dei diseredati. Ci sono nella stessa legge religiosa i principi sociali più umanitari che spingono verso il popolo.

D'altra parte questo senso innato di umana fratellanza è accompagnato da un'imperiosa volontà di conquistarsi nella vita una migliore esistenza sociale. Donde derivano quei fenomeni che possono in alcuni individui ingigantire al punto di divenire eccessivi o patologici. Ma sono questi fatti singolari, che possono verificarsi e si sono anzi verificati anche in campi estranei a quello ebraico, e che non debbono essere imputati alla generalità.

La funzione della minoranza ebraica può rendersi utile alla nazione in linea politica anche nelle direttive naizonali fuori dalle frontiere, dove ogni italiano può contribuire alla considerazione e al progresso del proprio Paese. In special modo sulle rive del Mediterraneo, là dove il Duce segnava le mète dell'Italia Fascista, possono gli israeliti italiani seguire con entusiasmo la politica del Regime.

Tradizioni storiche, culturali, religiose hanno costituito nell'Oriente numerosi nuclei di israeliti italiani, che possono essere altrettanti messaggeri dell'Italia Fascista. Tutta questa attività interna ed esterna, si può svolgere soltanto alla condizione della perfetta adesione spirituale degli israeliti italiani alle idealità ed all'azione del Regime.

Oggi alla vigilia dell'anno XIII dell'Era Fascista, che vedrà nuove conquiste della Rivoluzione, possiamo affermare che questa adesione è in atto e che gli israeliti italiani sono nettamente all'avanguardia nelle direttive di marcia agli ordini del Duce.

(da “La nostra Bandiera”, 11 ottobre 1934-XII, E. F.)


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Capitolo XXI

Tornando al segno

Ha scritto il Segretario Fiorentino, Principe dei diplomatici e Maestro dei reggitori dello Stato, che è bene ogni tanto soffermarsi per dare un'occhiata al passato e tornare al segno; in tal modo è più facile mantenere l'orientamento e non deviare dalla propria strada, mai abbiamo pensato, pubblicando questo modesto foglio, di fare un qualche cosa che ci distinguesse oppure ci differenziasse dai cittadini italiani di fede religiosa diversa dalla nostra. Noi abbiamo unicamente obbedito ad un imperativo della nostra coscienza, e ad un sentimento di dovere verso noi stessi, ma più ancora verso il popolo italiano. Quel popolo col quale abbiamo comunanza di nascita, di vita, di ideali, ma col quale abbiamo soprattutto comunanza di sangue. Poiché il sangue di un popolo deriva dalla terra onde s'è nutrito e diventa un sangue solo, quando come noi l'abbiamo visto, ha intriso le sponde dei fiumi sacri dell'Isonzo e del Piave. Per questo il giornale del Duce ha combattuta una nobilissima battaglia contro il concetto nazista della razza, poiché il popolo italiano non costituisce una razza, ma un popolo.

Un grande popolo, su cui sono passate le invasioni barbariche prima, poi le occupazioni straniere, ma che è rimasto unito, nonostante tutto, a traverso infinite traversie, tutto d'un pezzo e tutto d'un colore come lo cantò il Poeta del Risorgimento. Se un concetto di razza vogliamo applicare al popolo italiano, dobbiamo dire più che razza latina, razza mediterranea. E in questo grande crogiuolo di stirpi noi, israeliti italiani, possiamo tenere onorevolmente il nostro posto, quali eredi di una millenaria fede che è nata in Oriente sulle rive del Mediterraneo come il Cristianesimo, e che è soprattutto una fede assetata di giustizia e verità. Questo il sentimento che ci tiene legati alla terra italiana. E per questo sentimento di Patria noi siamo scesi in guerra, contro alcuni nostri correligionari, e siamo oggi pronti a rientrare nei ranghi – cittadini italiani fra italiani – quando sia riconosciuto il nostro ideale.

Se da taluni nostri correligionari siamo stati male compresi, non ce ne doliamo poiché questa è sorte comune ma teniamo invece a mettere in rilievo con quanto entusiasmo siamo stati seguiti dalla parte migliore degli israeliti italiani, e specialmente dai giovani, che respirano l'aura vivificante della nuova Italia di Mussolini e ne comprendono e ne dividono gli ideali che la animano. Molti nostri lettori ci scrivono: “Avete vinta la battaglia politica – avete riaffermato i nostri ideali – la vostra missione è stata assolta”. Ma noi ci sentiamo prima di tutto camicie nere agli ordini del Duce, e sapremo scegliere al momento opportuno la strada migliore per servire con disinteresse e con sentita disciplina la causa della grandezza dell'Italia Fascista.

(da “La nostra Bandiera”, 29 novembre 1934-XII, E. F.)


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Capitolo XXII

Il I° congresso europeo fascista e la questione antisemita

Si è svolto a Montreaux il primo congresso internazionale fascista con la partecipazione di quattordici Nazioni europee.

Detto congresso è il risultato dell'intenso lavoro svolto dai Comitati d'azione dell'universalità di Roma che hanno a capo l'on. Coselschi e che sono un'emanazione dell'Associazione Italiana dei volontari di guerra.

Dal punto di vista politico, ogni Stato ha le sue peculiari caratteristiche e le sue necessità economiche e sociali. D'altra parte, allo scoppio della guerra mondiale, nel 1914, abbiamo visto la Francia repubblicana alleata dell'Impero dello Czar. Questo accade quando le Nazioni, condotte dal loro destino, sono obbligate a trascurare i sistemi interni per seguire la rotta imperiosa della Storia. Perciò due Stati di regime politico di eguale natura possono trovarsi in campi avversi. Ma il Congresso di Montreaux ha avuto il merito di mostrare all'opinione pubblica mondiale come i problemi posti da Benito Mussolini e risolti con la dottrina fascista, siano ormai penetrati nella coscienza dei popoli più diversi. Inoltre il Congresso ha portato nell'atmosfera non molto tranquilla dell'ora, un elemento moderatore e pacificatore ed ha permesso quei contatti tra i rappresentanti delle Nazioni che possono essere molto salutari quando siano guidati da un senso superiore di equità e di giustizia umana e civile. Un altro risultato dell'eletto convegno è stato quello di degnamente illustrare quella piattaforma unica dei vari movimenti a tendenza e finalità fasciste: il corporativismo.

Questo regime economico che costituisce la più fulgida gemma e la più grande creazione del pensiero politico di Mussolini, rappresenta oggi l'unica ancora di salvezza, nel mondo agitato e sconvolto del dopoguerra. Crollati i vecchi sistemi, sorge una gioventù nuova nata fra i miracoli della scienza di Marconi, di Edison, di Pacinotti, di Ferraris, di Curie, e di tanti altri superbi ingegni; e questa giovinezza chiede nuove forme di vita e tende verso nuove mète: nella politica, nell'arte, nell'economia. Per questo appunto il Duce ha ammonito: “Guai ai ritardatari!”. La marea travolge chi s'è incagliato nelle sabbie del passato.

* * *

Il Congresso di Montreaux si è chiuso con una nobile e chiara dichiarazione collettiva, nella quale “pur rivendicando per ciascuna Nazione e ciascun Popolo il dovere e diritto di comportarsi secondo le sue tradizioni e il suo temperamento” si afferma che “il grande quadro dei Comitati d'azione per l'universalità di Roma è suscettibile a divenire il terreno pratico, sul quale possono incontrarsi e collaborare uomini di fede e di azione di tutti i Paesi e di tutte le Patrie, che vogliono risolutamente impegnarsi sulle vie dell'avvenire e lavorino di comune accordo per un'opera di pace, di alta elevazione morale, di progresso e di rinnovamento, a profitto di tutta l'umanità”. Queste affermazioni devono essere accolte con simpatia come aspirazione ad una più alta giustizia internazionale per tutte le Nazioni. Occorre però non dimenticare che la politica imperiale di Roma fu affidata soprattutto alle aquile delle legioni e che sempre i fasci littori dei proconsoli furono preceduti dalle trombe delle avanguardie.


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* * *

Ma vi è un punto che interessa in sommo grado tutti i cittadini di fede ebraica e perciò anche gli ebrei italiani.

Al Congresso di Montreaux, è venuta a riva, portata dai venti del Nord, la questione ebraica. Si è discussa la dottrina razzista. I valorosi rappresentanti della dottrina fascista on. Basile, prof. Bortolotto e Asvero Gravelli, hanno affermato che il Fascismo non crede nella teoria razzista; il Congresso dopo vivace discussione ha votato un'importante dichiarazione. In essa si riconosce che ciascun Paese è arbitro di decidere la condotta da tenere nei riguardi dei cittadini, gruppi e religioni che in esso si trovano. Si afferma che la questione ebraica non può risolversi in campagna universale di odio antisemita, ma ciò non significa consentire l'azione nefasta di quei gruppi semiti che apertamente e occultamente sviluppano un'influenza nociva agli interessi materiali e morali della Patria che li ospita.

* * *

Orbene, per noi ebrei, questa dichiarazione ha una grande importanza e va seriamente meditata.

Avremmo preferito che dove si afferma che ogni Paese è arbitro di decidere la propria condotta, si fosse aggiunto:”Purchè non siano offesi i più sacrosanti diritti della civiltà e dell'uomo in quanto cittadino dello Stato”. Invece si è aggiunta la frase:”tenuto conto delle prescrizioni della legge naturale e delle regole della morale”.

Comunque la condanna del nazismo è stata aperta e dichiarata da 14 Stati d'Europa, con l'affermazione di quei diritti dell'uomo la cui importanza fu ancora riconosciuta dal Duce nel suo ultimo grande discorso sulle Corporazioni.

Anche l'arbitrio ha un limite umano, ma soprattutto divino; chi lo offende, viene colpito da una giustizia superiore alla volontà dei mortali.

Questa è la forza morale che ha sorretto gli ebrei durante le persecuzioni millenarie e che continuerà a sorreggerli.

La seconda parte della dichiarazione che respinge la campagna d'odio attualmente dilagante e combatte l'azione nefasta dei gruppi semiti che svolgono azione antinazionale occulta o palese, ci trova entusiasticamente consenzienti, poiché appunto per combattere questi gruppi è sorto il nostro giornale. Noi abbiamo sempre considerato gli ebrei che vivono nell'equivoco delle due Patrie o che svolgono comunque azione dannosa alla loro Patria, come i peggiori nemici d'Israele. La nostra legge religiosa ci impone di essere fedelissimi cittadini della Patria che è Madre comune.

Nessuna giustificazione o attenuante possono avere questi ebrei che sono stati gli agenti più attivi dell'antisemitismo. Quando essi fossero perseguitati, noi non sentiremmo per essi nessun senso di solidarietà, né alcun legame spirituale.

Concludendo queste brevi note, se il Congresso di Montreaux riuscirà a mitigare la rivalità tra le Nazioni, a combattere la teoria razzista, ad ammonire ogni cittadino sul dovere di servire interamente la Patria avrà ben meritato dalla coscienza dei Popoli.

(da “La nostra Bandiera”, 27 dicembre 1934-XII, E: F.)


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Capitolo XXIII

Più oltre

Entro il mese il nostro giornale, come avvertimmo gli abbonati e lettori nel numero scorso, muterà periodicità e formato ed uscirà in veste di rivista.

Fra i nostri amici, diffuso era il desiderio di vedere realizzata questa riforma che noi attuiamo ora con serenità e con animo di fascisti, certi di potere raggiungere quelle finalità che ci eravamo preposte dando vita a questo foglio, finalità che riassumono ed esprimono le più alte idealità patriottiche e religiose.

Abbiamo avuto l'onore di costituire una pattuglia di punta ed abbiamo il vanto di aver imposto e realizzato una chiarificazione in mezzo alla collettività ebraica italiana, collettività che pur venendo mai meno alle sue nobilissime tradizioni di attaccamento all'Italia, poteva per l'atteggiamento di pochi correre l'alea di essere accusata di assenteismo e di apatia, per non dire di peggio.

La nostra azione politica, anzi puramente e semplicemente italiana, ha portato un fiero colpo a quei sparuti gruppi di correligionari i quali s'illudevano di avere una larga base, – o meglio tentavano di farlo credere agli altri – mentre in realtà non costituivano, come non costituiscono, che un'esigua, trascurabile minoranza. Vogliamo alludere ai sionisti, e per essere più precisi, a coloro che a proposito di questa parola giocano sull'equivoco.

Se, come più volte abbiamo affermato, per sionismo s'intende quel movimento di solidarietà doverosa verso i correligionari oppressi nelle loro patrie e per i quali si auspica la possibilità di una vita serena nella terra che fu dei nostri Profeti, noi siamo sionisti, ma se invece come accade da parte di qualcuno, con l'etichetta di questo movimento si cerca di mascherare una politica nazionalistica palestinese, pur deprecando tutte le azioni che possono creare delle scissioni nel nostro campo, noi non possiamo essere di costore che acerrimi avversari.

Il nostro programma è noto: l'Italia soprattutto. Esso ha trovato la sua illustrazione nella limpida relazione che S. E. Liuzzi fece all'ultima assemblea della Giunta dell'Unione. Le unanimi approvazioni che hanno salutato questa relazione dimostrano come le nostre idealità trovino profonda e vasta rispondenza nei dirigenti della collettività ebraica nazionale e di conseguenza nella stragrande maggioranza dei correligionari.

Lieti di poter constatare così come nel nome delle idealità patriottiche e religiose si sia raggiunto una perfetta armonia di spiriti e di intenti con il fermo proposito di fare attraverso una pubblicazione di cultura e di propaganda un'opera degna, ripromettendoci di offrire ai correligionari una rivista che corrisponda ai loro desideri, rivolgiamo ai dirigenti dell'Unione e delle Comunità, all'illustre Presidente e ai componenti della Consulta Rabbinica, ai correligionari tutti il nostro più fervido saluto e l'invito a voler attivamente collaborare con noi perchè “La Nostra Bandiera” - la bandiera italiana – sventoli alta, al di sopra di tutte le passioni, simbolo purissimo ella Patria rinnovata dal Fascismo.

(da “La nostra Bandiera”. 5 febbraio 1935-XIII, E. F.)


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Capitolo XXIV

Palestina d'oggi

La recensione che qui pubblichiamo dovuta a un nostro collaboratore riassume e ribadisce i concetti che ci guidarono e i motivi che ci indussero alla nostra campagna politica. Riteniamo utile riprodurla qui, per la migliore comprensione del nostro pensiero sull'argomento.

Frammezzo a tanto diluvio di libri di competenti e di incompetenti, di semiti, di filosemiti e di antisemiti sugli ebrei, sulla questione ebraica, sul sionismo, ognuno tendente a far trionfare la sua tesi, e quindi, anche involontariamente, ad accentuare e svisare fatti ed impressioni, è con un sospiro di sollievo che si aprono e leggono le chiare fresche e belle pagine nelle quali Franco Gerenzani espone con semplicità giornalistica e serena obbiettività quanto ha visto e quanto ha udito, in un suo recente viaggio in Palestina.

1. Un'interessante inchiesta

Non si troveranno, in tale libro, simpatico anche come veste e presentazione tipografica ( Franco Gerenzani, Palestina d'oggi, Edit. Vannini, Brescia), né approfondimenti dottrinali, né trattazioni religiose, sociali, ma da esso balzano vivi ed evidenti tutti gli elementi della situazione attuale, colti don animo di giornalista di classe, e presentati in forma attraente e interessante.

È un'inchiesta insomma del tipo di quelle famose di Albert Londres, che non giunge a conclusioni definitive, ma che lascia al lettore il compito di trarre, a seconda del suo animo, delle sue tendenze e della sue psiche, la conseguenza dei fatti presentatigli, pur mettendo in evidenza, come argomento di meditazione, alcuni aspetti di essi più caratteristici e più densi di pericoli e gravidi di incognite per l'avvenire.

Non dunque preconcetti di alcun genere, ma un'esposizione per quanto possibile impersonale dei vari punti di vista contrastanti: inglese, arabo, cristiano, ebreo. Purtuttavia, nella voluta imparzialità, trapela una certa quale simpatia per gli ebrei, di cui l'autore riconosce le grandi doti costruttive ed il valore spirituale dell'opera a cui si sono accinti, pure mettendoli in guardia contro le grandi responsabilità e difficoltà politiche a cui vanno incontro non essendovi al mondo ganglio nervoso più sensibile e dolente della terra di Palestina, legata alla storia ed alla formazione spirituale di quasi tutti i popoli civili, crocevia di razze, nodo comune di religioni, chiave dei commerci tra Mediterraneo ed Oriente, punto strategico obbligato della via delle Indie, campo sperimentale di tutte le forme di convivenza sociale, di tutte le ideologie politiche religiose economiche.

Per l'Inghilterra la Palestina rappresente una pietra del mosaico imperiale che essa con secolare pazienza costruisce, talora togliendo, tal'altra aggiungendo, ma sempre avendo di mira un concetto unico: assicurare il legame tra madrepatria e Oriente, garantire la continuità e la sicurezza della via imperiale delle Indie. La Palestina, sbocco commerciale verso il Mediterraneo di un hinterland ricchissimo, e ancora in buona parte da sfruttare, pilastro di sostegno fondamentale della porta di Suez che mena alle Indie e ai territori malesi, è dunque una delle pietre più importanti della politica impariale britannica.

Il punto di vista degli Arabi è espresso molto magistralmente per bocca di Ibn Abdu:

“La Palestina agli ebrei? Facile a dirlo, ma tutti coloro che pongono la formula nel loro programma sembrano dimenticare che esiste un solo diritto, quello della conquista. Disumano quanto si vuole, ma un territorio non ci appartiene se non ha bevuto il nostro sangue, se non ha accolto i nostri morti. Sono gli scomparsi, quelli che hanno sofferto il patimento, forse senza saperne il motivo, sono i morti nostri signori, i morti nostri padroni, le ombre che ci hanno preceduto e di cui gli atavismi, le ossa, le ceneri, hanno preso in noi nuova consistenza che creano la logica del diritto d'occupazione d'usurpazione”.


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2. L'eroismo degli ebrei

E sta bene. La guerra mondiale ha dimostrato che gli ebrei non sono così imbelli come si voleva far credere, ha dimostrato che essi erano imbelli solamente quando si trovavano uno contro mille, angariati, oppressi, vilipesi, come nella Russia zarista. In tal caso l'eroismo che non poteva esprimersi nel combattimento, si esprimeva nella disperata resistenza passiva.

Ma non appena avevano la possibilità e l'onore di portare le armi, essi in tutti i paesi, compresa quella stessa Russia zarista che li opprimeva, dimostravano di aver ritrovato l'antico spirito bellico dei loro padri, non inferiore certo a quello dei fratelli di razza araba.

Anche in Palestina dimostrarono e probabilmente più e meglio dimostreranno se sarà il caso, che non impunemente oramai li si attacca, che sanno rispondere al sangue col sangue, che sanno, dove occorra, combattere, morire e vincere.

Contuttociò non si può dare completamente torto all'Emiro arabo e non si può lamentare che esistano tuttora incorreggibili superstiti elementi, apostoli di un falso umanitarismo e di un pacifismo ad oltranza, che si illudono e vogliono illudersi di poter conquistare con la sola dolcezza e la persuasione, aborrendo in special modo tutto ciò che è organizzazione, disciplina e sentimento militare, anche in senso puramente difensivo.

Le parole di Ibn Abdu su riportate mostrano chiaramente che l'Arabo stesso meglio apprezza un nemico che sa combattere, che un imbelle amico, e dimostrano anche che è più facile giungere ad un accordo duraturo fra i due sangui e le due nobili stirpi semitiche affini, araba e israelita, discutendo arma al piede, che non inconsistenti e generiche affermazioni pacifistiche ed umanitarie che non hanno base né rispondenza nella verità.

3. Il problema dei luoghi santi

Al problema dei Cristiani e dei Luoghi Santi Cristiani non pare che l'Autore dia, come forse non ha in realtà, un'importanza eccessiva. L'Italia Fascista ha dimostrato come si possa risolvere con perfetta soddisfazione il problema dei Luoghi Santi. Una soluzione analoga a quella adottata in Italia per lo Stato del Vaticano non sembra di impossibile attuazione: comunque per il momento essa non è ancora matura anche per le troppe rivalità esistenti fra le varie confessioni Cristiane.

Quanto al sionismo, l'Autore rileva e apprezza tutta l'importanza dell'opera svolta. Il consuntivo del lavoro fatto è effettivamente cospicuo: città nuove, movimento commerciale e finanziario, bilancio statale in attività, creazione di industrie, fondazione di scuole, bonifica di terre, lotta contro il tracoma e sifilide, ecc.

ma è persino ozioso elencare i risultati ottenuti nel campo dell'organizzazione tecnica, della finanza, della cultura e del lavoro essendo i talenti e le capacità degli Ebrei, in tale campo, universalmente riconosciuti anche dai più accaniti avversari, che ne fanno anzi una delle maggiori ragioni della loro ostilità.

Ciò che conta è che secondo l'Autore è l'essenza del sionismo è la rinascita spirituale, è la ricostruzione di un centro dove il pensiero ebraico come tale “si manifesti quotidianamente e liberamente in ogni campo dell'attività umana” e possa quindi in stretta ma libera collaborazione con la civiltà occidentale contribuire al processo formativo della superiore spiritualità umana.


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4. La questione sionistica

In tal caso il Sionismo ha un valore non ebraico ma universale e tutta l'umanità civile è interessata a collaborare alla riuscita dell'esperimento sia, dice l'Autore, “creando localmente quell'atmosfera sgombra di speculazioni politiche e di calcoli strategici, materiata di concordia e di pace, necessaria ad arabi ed ebrei per un comune e proficuo lavoro sia intervenendo presso i Governi che ancora limitano i diritti degli ebrei e farla una buona volta finita con la barbarie dell'odio di razza e dell'antisemitismo”.

Non dunque il Sionismo nazionalistico, secondo l'interpretazione restrittiva di pochi, che non solo non trova rispondenza nell'animo degli israeliti oramai facenti parte integrale delle varie nazionalità, ma che non ha neppure le condizioni materiali per vivere, non essendo la Palestina sufficiente ad accogliere nemmeno un decimo della popolazione ebraica mondiale (in tal caso servirebbero molto meglio l'Uganda, l'Angola o il Birobigian russo, che almeno possono accogliere ognuno da 15 a 20 milioni di abitanti) e destinato fatalmente a venire in urto con tutto il mondo, ma un Sionismo spirituale che, sentito religiosamente in special modo dagli Ebrei, può pure essere sentito da Cattolici, Protestanti, Mussulmani e da quanti ritengono essenziale che non venga spenta una fiaccola spirituale che, se pure negli ultimi secoli ha dato una luce molto fioca, in determinati periodi ha diurninato e può ancora concorrere a illuminare tutta l'Umanità.

5. L'Italia dell'Oriente

A questo Sionismo “l'Italia che è geograficamente ed idealmtente protesa verso il Levante, l'Italia che è unita alla Palestina nella realtà e nella storia da quelle conquiste dello spirito che sono frutto del travaglio di intere italiane generazioni, l'Italia che nel suo Duce ha dato al mondo il moderatore e l'educatore” non può che guardare con simpatia e seguirne con interesse e comprensione le vicende “convinta che la terra che Geremia ha profetizzato terra di tutti i popoli sarà uno dei fattori della civiltà di domani”.


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Capitolo XXV

La politica estera inglese

Quando nel maggio del 1915, in un momento assai critico per i franco-inglesi, noi scendemmo in guerra, fidenti nella giustizia dei nostri alleati e animati da un ideale superiore che costituisce il maggior titolo di nobiltà per il popolo italiano, siamo stati senza dubbio vittime, di una grande illusione: quella di ritenere che i nostri alleati fossero forniti a nostro riguardo degli stessi sinceri intendimenti nostri.

È di allora il celebre discorso di Antonio Salandra che entusiasmò i nostri alleati e la sua affermazione di non aver mercanteggiato il nostro intervento per non diminuirnel l'altissimo valore ideale. Ma in mancanza di chiare ed esplicite rivendicazioni, in mancanza di adeguate e ben fissate garanzie, fummo frodati di gran parte dei legittimi frutti dei nostri sanguinosi sacrifici.

Scendemmo in guerra con la volontà tesa per aprirci un varco, per portare il popolo italiano verso un migliore destino. Ma un'immensa delusione ci sbarrò la strada e quegli stessi alleati che non trovavano parole sufficienti per esaltarci nell'ora del pericolo, si accordarono poi nel triste gioco di metterci del tutto in disparte nell'ora della comune vittoria.

Per questo, quando nel 1922 salì alla ribalta della nostra storia Benito Mussolini, noi sentimmo che cominciava l'èra del prestigio italiano e che finalmente il popolo del Piava e di Vittorio Veneto avava trovato un Capo.

Oggi che l'Italia che ha un territorio ristretto e per due terzi montuoso ed impervio, cerca pacifici sbocchi per la sua attività civile, e tenta di portare la luce della nostra mrabile operosità in territori barbari e incolti, un'altra tremenda delusione ci è balzata dinanzi. Non sono i nemici di ieri che ci sbarrano la strada, ma sono gli alleati nostri, quelli che non contenti di possedere tre quarti del mondo civilizzato, vogliono costringere l'Italia a stare in ginocchio, vogliono che gli eredi della più pura tradizione coloniale, gli eredi dei più grandi geni che abbiano onorato l'arte e la scienza, vivano in una situazione d'inferiorità geografica, politica e morale.

E soprattutto si erge violenta e maligna, tronfia del suo mastodontico e mal digerito dominio mondiale, l'Inghilterra. L'antica patrona dei mari, l'imperatrice delle Indie, la vecchia signora di Londra che dall'atmosfera fumosa della metropoli comanda ai suoi servi sparsi nelle cinque parti del mondo, sta subendo una crisi di nervi e strepita perchè l'Italia si permette di voler difendere quelle modeste colonie che pur ci costano tanto prezioso sangue e così enormi sacrifici.

Nell'Africa Orientale, l'Italia fascista vuole ad ogni costo rivendicare con orgoglio la sua missione di civiltà e il posto che le spetta nell'agone dei popoli e delle nobili gare dell'ascensione umana e del lavoro. Nessuno ci potrà fermare e tantomeno può arrogarsi il compito di sentinella abissina quell'Inghilterra che affogò nella più inaudita crudeltà la sua inesausta sete di predominio mondiale e la sua insaziabile brama di ricchezze altrui.

Tutte le campagne coloniali inglesi furono infestate dalla legge della più sfacciata violenza. Ed è proprio la maggiore potenza coloniale che oggi vorrebbe intimarci l'alt, per continuare a dettare la legge inglese a tutti i popoli del mondo.

Il triste gioco di Versailles è finito. Oggi la Francia – che è forte ma che è anche latina – sente che l'Italia lotta per la sua esistenza di nazione, e per le sue stesse ragioni di vita, e ci è vicina. Un esame tranquillo e sereno della situazione e dei moventi della politica inglese, mostrano in modo evidente che è finito il tempo dei Disraeli, dei Gladstone, dei Palmerston, Dei Chamberlain, e che il mondo politico inglese è in decadenza. Mancano le grandi figure, e soltanto la tradizione male interpretata guida la politica britannica.


 No.1609

>>1608

Altrimenti, molto più chiaroveggente e intelligente sarebbe la politica estera dell'Inghilterra.

Per noi italiani, interessa soprattutto convincerci che occorre soffocare nel nostro animo ogni sentimento, quando si tratta di supremi interessi nazionali.

L'Inghilterra che favorì, in parte, il nostro Risorgimento (nella parte più eletta dei suoi pensatori e dei suoi uomini di Stato) oggi ci è assolutamente ostile, e tutto questo perchè vogliamo anche noi un piccolo posto al sole. L'Abissinia è insidiata da mille pericoli, da infiniti e pericolosi esperimenti.

Che cosa valgono l'Eritrea e la Somalia, se non abbiamo le spalle sicure, in quelle sottili strisce di terra? Non è forse un interesse inglese o francese quello di avere l'Italia vicina alle frontiere, anziché i gialli, o i mercanti di schiavi? Ma la verità, quella che ci preme rilevare in questa rivista, e che si avvalora la tesi che da lunghi anni difendiamo a riguardo di un delicato argomento: quello della Palestina, è la seguente: che una sola è la molla che guida la politica estera inglese e che astrae da qualsiasi sentimento: il predominio inglese dovunque e in ogni settore. Le materie prime dei mercati mondiali dipendono da Londra; l'oro del mondo – anche con la sterlina svalutata – dipende da Londra. Così la politica mondiale dovrebbe pure dipendere da Londra, o dalla succursale ginevrina di Londra.

Anche nella politica sionista, l'abilità dell'Inghilterra è stata semplicemente diabolica, e molti poveri ebrei perseguitati che si muovono verso Tel Aviv, dovrebbero, scacciati dalle loro Patrie, pensare che col loro sacrificio essi servono la politica inglese.

La Palestina ebraica, nobilissimo sogno per i perseguitati che baleni nella mente di apostoli insigni, fu effettuato dal Weizmann, che lo ottenne per riconoscenza dei servizi resi dal grande chimico all'Inghilterra in tempo di guerra, è diventata in mano al Governo inglese null'altro che un maglifico affare e una pedina della sua politica imperialista.

Che importa all'Inghilterra se la sua politica semina veleno per gli ebrei in tutte le Nazioni se insinua l'inquietitudine a scapito del sentimento patrio in tanti cuori fedeli alla bandiera dei rispettivi paesi? Che importa se il sionismo può giustificare per certuni una politica antisemitica? Che importa se secoli di storia della Diaspora che hanno fuso i portatori della fede unica e millenaria coi loro fratelli mediterranei, possono essere misconosciuti, e tutto l'odio che sembrava spento può rinascere? Purchè la Palestina inglese prosperi e giungano sterline da tutto il mondo.

Per concludere desideriamo ancora una volta riaffermare il profondo contenuto morale della politica fascista; contenuto di giustizia e di equità romana.

Non egemonie, né smodate brame di dominio, ma la semplice e chiara rivendicazione di partecipare nel limite delle nostre forze all'opera di civiltà che l'Europa è chiamata a svolgere nel Continente Nero e la precisa volontà di entrare nel gioco delle forze economiche mondiali, portandovi il prezioso contributo del lavoro del popolo italiano. Quando la piattaforma di una politica nazionale posa su basi sagge ma inflessibili, quando i moventi sono nobili, nessun sacrificio è troppo grande.

Ma se poi è in mano di un Uomo che si chiama Mussolini, noi possiamo attendere tranquilli e fiduciosi gli eventi.


 No.1610

>>1609

le ultime parole famose. e con questo ho finito…


 No.1611

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